La situazione delle donne in Afghanistan: tra speranze e paure

Pubblicato il 18 agosto 2021 alle 10:57 in Afghanistan Asia

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La questione delle donne afgane è divenuta centrale da quando i talebani hanno preso in mano le redini del potere nel Paese asiatico. Mentre il gruppo di fondamentalisti islamici ha assicurato che preserverà i loro diritti, in base alla legge islamica, e garantirà loro un ruolo nel futuro esecutivo, sono molte le donne afgane che temono di perdere i risultati conquistati nel corso degli ultimi venti anni.

“Le donne sono un elemento importante in Afghanistan” sono state le parole del portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid, il quale, nel corso della conferenza stampa del 17 agosto, ha rassicurato la comunità internazionale, affermando che l’emirato islamico in Afghanistan si impegnerà per garantire i diritti delle donne nell’ambito della Sharia, e consentirà loro di lavorare e studiare, sebbene nel quadro della propria struttura. Altrettanto rilevanti sono state le parole di Suhail Shaheen, altro portavoce del gruppo islamista, il quale, sempre il 17 agosto, ha dichiarato che, diversamente dal passato, non sarà obbligatorio indossare il burqa, l’abito femminile musulmano che copre sia il corpo sia la testa, che prevede soltanto una retina all’altezza degli occhi. Tuttavia, le donne afgane dovranno indossare l’hijab, il velo che, pur coprendo i capelli, lascia scoperto il viso per intero.

Al momento, tali dichiarazioni non sono state sufficienti a rassicurare gran parte delle donne afgane, che temono un “futuro oscuro”. Come racconta il Washington Post, in diverse regioni dell’Afghanistan, Kabul inclusa, una generazione di ragazze è cresciuta in un mondo completamente diverso da quello conosciuto dai propri genitori. Ora, però, vi è chi testimonia di essere ritornata “in prigione”, in quanto obbligata a rimanere all’interno della propria stanza, senza poter uscire.

Dalla caduta del precedente governo guidato dai talebani, nel 2001, la componente femminile in Afghanistan ha assistito a cambiamenti significativi. La Costituzione post-talebana del 2004 ha conferito alle donne maggiori diritti e migliorato la loro condizione socioeconomica. Nel 2003, meno del 10% delle ragazze era iscritto alla scuola primaria. Nel 2017, la percentuale ha raggiunto il 33,4%, una cifra che, sebbene non ancora elevata, è stata il segnale di un notevole progresso. Parallelamente, la percentuale di coloro che hanno avuto accesso all’istruzione secondaria è passata dal 6% del 2003 al 39% del 2017. In tale anno, 3.5 milioni di ragazze afgane frequentavano la scuola e 100.000 studiavano nelle università.

Al contempo, l’aspettativa di vita delle donne è aumentata da 56 anni nel 2001 a 66 nel 2017, mentre il numero di decessi durante il parto è diminuito da 1.100 ogni 100.000 nati vivi nel 2000 a 396 ogni 100.000 nel 2015. Non da ultimo, alla fine del 2020, il 21% dei dipendenti pubblici era rappresentato da donne, quasi assenti durante gli anni del precedente governo dei talebani, mentre il 16% ricopriva ruoli dirigenziali. In Parlamento, il 27% dei seggi era stato destinato alle quote rosa. Seppur significativi, tali risultati hanno, però, riguardato soprattutto le aree urbane, escludendo buona parte del 76% delle donne che vive in zone rurali.

Attualmente, non è possibile sapere fino a che punto i talebani si impegneranno realmente a rispettare e preservare i diritti delle donne in Afghanistan. Ciò che è certo è che la popolazione ricorda ancora il modus operandi dei talebani nel periodo 1996-2001, quando le donne erano obbligate a indossare il burqa, ad essere accompagnate in luoghi pubblici, pena percosse, e quando accedere all’istruzione non era considerato possibile. Sono altrettanto nitide le immagini delle esecuzioni pubbliche, delle donne lapidate, magari per essere andate a fare shopping senza un uomo che le accompagnasse o per aver commesso adulterio. Oltre che di interpretazione estremista della legge islamica, secondo alcune si trattava di un “senso di proprietà” delle donne da parte dei talebani. Sono proprio tali ricordi a generare scetticismo e paura, nonostante il cambiamento dei toni dei talebani.

Il 16 agosto, il giorno successivo all’insediamento del gruppo islamista nella capitale, le donne di Kabul sembravano comportarsi come al solito, indossando abiti colorati e alla moda, mentre altre sono scese in piazza reclamando un ruolo nel futuro governo afgano. Al contempo, negli ultimi giorni, sono stati segnalati casi di impiegate a contatto con il pubblico che, una volta recatesi a lavoro, sono state costrette a ritornare a casa. Alcune famiglie sarebbero poi state costrette a consegnare le proprie figlie per sposare combattenti talebani nelle zone controllate dal gruppo. Tuttavia, il portavoce dei talebani Mujahid ha smentito le accuse.

L’apice della recente escalation in Afghanistan è stato raggiunto il 15 agosto, quando i talebani si sono insediati nella capitale afgana Kabul, annunciando la rinascita dell’Emirato islamico e la fine della guerra, dopo essere entrati anche nel palazzo presidenziale. Il presidente Ashraf Ghani ha lasciato il Paese per recarsi, presumibilmente, in Tajikistan insieme ad altri funzionari del governo. Nelle settimane precedenti, il gruppo islamista era stato in grado di prendere progressivamente il controllo del Paese, conquistando gran parte dei capoluoghi provinciali.

In realtà, la massiccia offensiva su scala nazionale del gruppo islamista ha avuto inizio ad aprile, da quando il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha annunciato che le truppe statunitensi si sarebbero ritirate dall’Afghanistan, dopo due decenni di presenza sul campo. Il ritorno in patria dei soldati degli USA era stato concordato dai rappresentanti di Washington e dei talebani in occasione di uno “storico” accordo di pace concluso tra le parti a Doha, in Qatar, il 29 febbraio 2020. L’intesa prevedeva, inoltre, una tabella di marcia verso la pace in Afghanistan, la fine dei rapporti tra talebani ed al-Qaeda e la cessazione delle offensive contro i grandi centri urbani. Tuttavia, l’accordo è stato violato più volte e non ha messo fine alle violenze, che sono aumentate durante e dopo le negoziazioni, fino alla recente escalation.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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