Afghanistan: la “sconfitta” degli USA apre nuove porte all’Iran

Pubblicato il 18 agosto 2021 alle 8:35 in Afghanistan Iran

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L’Iran guarda con ottimismo a quanto accade in Afghanistan. Oltre a parlare di una “opportunità per ristabilire pace, sicurezza e una pace duratura” nel Paese asiatico, Teheran vede nel ritiro statunitense una possibilità per rafforzare la propria presenza nella regione mediorientale e, in particolare, in Iraq.

Questa è l’opinione di alcuni analisti, riportata dal quotidiano al-Arab, a seguito degli eventi che, il 15 agosto, hanno portato i talebani a insediarsi nella capitale afgana Kabul, annunciando la rinascita dell’Emirato islamico e la fine della guerra in Afghanistan. È stato il presidente neoeletto dell’Iran, Ebrahim Raisi, a commentare, il 16 agosto, quanto accaduto nel Paese asiatico, parlando di “sconfitta militare” degli Stati Uniti. Raisi, in realtà, non ha fatto esplicito riferimento ai talebani né tantomeno alla caduta della capitale nelle mani del gruppo islamista. Ad ogni modo, il presidente si è detto intenzionato a instaurare buone relazioni con il vicino Afghanistan, Paese con cui condivide un confine lungo 900 chilometri, e a sostenere gli sforzi volti a riportare stabilità, mentre ha esortato tutti i gruppi coinvolti a giungere a un accordo nazionale.

Per alcuni analisti, la posizione positiva assunta da Teheran in merito alla rinascita dei talebani è da considerarsi “pragmatica”. Tuttavia, gran parte della popolazione iraniana ricorda ancora con timore gli anni in cui il governo di Kabul era nelle mani del movimento fondamentalista islamico e di quando, l’8 agosto 1998, le truppe talebane entrarono nel consolato iraniano nella città afgana settentrionale di Mazar-i-Sharif, uccidendo diversi diplomatici e un giornalista dell’agenzia di stampa IRNA. In tale occasione, i talebani affermarono di essere stati uccisi da individui che agivano in modo indipendente, ma Teheran ritenne il movimento responsabile delle morti, il che suscitò indignazione e rischiò di innescare un intervento militare iraniano in Afghanistan.

Secondo altri analisti, gli ultimi sviluppi nel Paese asiatico e il ritiro delle truppe statunitensi alimenterà il coraggio dell’Iran, il quale potrebbe tentare la propria avanzata nella regione mediorientale, e addirittura esortare i gruppi iracheni ad esso affiliati a rovesciare il governo di Baghdad. Il tutto significherebbe sconvolgere i precari equilibri in Medio Oriente e non solo. In realtà, già il 26 luglio scorso, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, hanno siglato un accordo, volto a chiudere formalmente la missione di combattimento statunitense in Iraq entro la fine del 2021. Biden ha parlato, nello specifico, di “cambiamento” della missione, che non sarà più di combattimento ma finalizzata a prestare assistenza nell’ambito della consulenza militare, dell’addestramento, del supporto logistico e dell’intelligence. Ad oggi, i soldati degli USA stanziati nei territori iracheni ammontano a 2.500. Come evidenzia al-Arab, si tratta di una cifra di gran lunga inferiore rispetto ai 160.000 inviati nel 2003.

Gli osservatori di al-Arab ritengono che già con la caduta di Saddam Hussein, leader iracheno dal 1979 al 2003, destituito in seguito all’invasione anglo-americana, Teheran abbia intrapreso il percorso verso l’egemonia. In particolare, l’Iran avrebbe spinto per l’integrazione di gruppi armati ad esso affiliati all’interno dell’apparato di sicurezza iracheno, mentre diversi alleati continuano ad avere una forte influenza nel Parlamento di Baghdad. Quella iraniana è stata, pertanto, una strategia basata su “pressioni indirette” contro la presenza statunitense. Da ottobre 2019, poi, vi sono stati ripetuti attacchi contro obiettivi degli USA in Iraq, attribuiti a milizie filoiraniane, il che avrebbe costretto Washington a riconsiderare il proprio ruolo nel Paese mediorientale. Come affermano gli analisti, forse non è un caso che gli attentati contro la presenza statunitense siano diminuiti dopo che la Casa Bianca si è detta intenzionata a ritirare le truppe dall’Iraq.

Il quotidiano riferisce, poi, che l’Iran non è l’unico ad aver accolto con favore gli ultimi sviluppi in Afghanistan. Affermazioni, definite “insolite”, sono giunte anche dal Sultanato dell’Oman, dove il Gran Mufti, Ahmed bin Hamad al-Khalili, ha parlato di “grande vittoria” dei talebani e della “realizzazione della promessa di Dio”. “Ci congratuliamo con il popolo musulmano fraterno dell’Afghanistan per la grande conquista e la vittoria sugli invasori aggressori” ha scritto Khalili su Twitter, mentre fonti mediatiche indiane hanno fatto circolare notizie su una possibile fuga del presidente afgano, Ashraf Ghani, proprio in Oman, in quanto il suo ingresso sarebbe stato rifiutato dal Tagikistan. Parallelamente, uno studioso marocchino, Ahmed al-Raissouni, presidente dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, ha inviato un messaggio al popolo afghano e ai leader del movimento talebano, congratulandosi con loro. Raissouni ha specificato di essersi già congratulato in precedenza con i talebani per l’accordo che ha portato al ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan.

Il riferimento va a uno “storico” accordo di pace concluso tra Washington e i talebani a Doha, in Qatar, il 29 febbraio 2020, in base al quale era stato concordato il ritiro in patria dei soldati degli USA, oltre a una tabella di marcia verso la pace in Afghanistan, la fine dei rapporti tra talebani ed al-Qaeda e la cessazione delle offensive contro i grandi centri urbani. Tuttavia, l’accordo è stato violato più volte e non ha messo fine alle violenze, che sono aumentate durante e dopo le negoziazioni, fino a giungere alla recente escalation.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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