USA: nuove sanzioni per colpire l’Iran

Pubblicato il 14 agosto 2021 alle 9:02 in Iran Oman USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro un uomo d’affari omanita, Mahmood Rashid Amur Al Habsi, e quattro società a lui legate, il 13 luglio, per accuse di coinvolgimento in una rete di traffico di petrolio per sostenere la Quds Force delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran.

Il Dipartimento del Tesoro degli USA ha definito al Habsi un “broker estero” accusato di avere legami di partenariato con funzionari della Quds Force per “facilitare le spedizioni di petrolio iraniano a clienti esteri, compresi acquirenti in Asia orientale”. Il direttore dell’ufficio per il controllo sui beni esteri al Dipartimento del Tesoro, Andrea M Gacki, ha dichiarato che la Quds Force sta utilizzando i proventi delle vendite di petrolio per finanziare attività nocive, a spese del popolo iraniano. Per realizzare tali scambi, la Quds Force farebbe affidamento su intermediari stranieri per nascondere il proprio coinvolgimento, come nel caso di Al Habsi.

Gli USA hanno affermato che il Dipartimento del Tesoro continuerà a sventare o ad esporre chiunque sostenga tale genere di sforzi. In particolare, secondo Washington, Al Habsi avrebbe manomesso sistemi di identificazione automatizzata a bordo delle navi, falsificato documenti di spedizione e pagato tangenti, aggirando le restrizioni relative all’Iran. Tra le quattro società legate all’uomo colpite da sanzioni, due hanno sede in Oman, una in Liberia e una in Romania.

Le sanzioni annunciate il 13 luglio congeleranno i beni di Al Habsi e delle sue società negli Stati Uniti, lo taglieranno fuori dal sistema finanziario statunitense e impediranno ai cittadini USA ì di fare affari con lui. Le misure si basano sull’ordine esecutivo 13224, un decreto del 23 settembre 2001, pensato per impedire il finanziamento delle “organizzazioni terroristiche straniere”. L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva designato la Quds Force, che è un’entità statale iraniana, come organizzazione terroristica nel 2019.

Le ultime sanzioni statunitensi sono arrivate in un comento di stallo dialoghi lanciati il 6 aprile scorso per il ripristino del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), anche noto come accordo sul nucleare iraniano, che ha fatto seguito all’insediamento della nuova amministrazione iraniana con a capo il presidente Ibrahim Raisi, il 5 agosto scorso.

Il 6 aprile precedente, una “Commissione mista” formata dai rappresentai dei Paesi che ancora fanno parte del JCPOA, ovvero Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito, si erano incontrati di persona a Vienna, dopo un primo incontro virtuale del 3 aprile. Anche una delegazione degli USA, guidata dall’inviato speciale di Washington in Iran, Robert Malley, era presente a Vienna, ma non aveva preso parte all’incontro con gli altri Paesi, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare in modo diretto con Washington, fino ad una completa rimozione delle sanzioni a suo carico. Pertanto, sono stati gli altri Paesi a fare da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti. L’obiettivo degli incontri di Vienna è quello di riportare gli USA all’interno dell’intesa e di far sì che l’Iran torni a rispettare quanto da essa previsto. Al momento, tali dialoghi non hanno ancora prodotto gli esiti attesi.

Il JCPOA era stato firmato dall’Iran, dalla Cina, dalla Francia, dalla Russia, dal Regno Unito, dagli Stati Uniti, dalla Germania e dall’Unione europea il 14 luglio 2015. L’intesa aveva previsto limiti allo sviluppo del programma nucleare iraniano in cambio del progressivo allentamento delle sanzioni internazionali che gravavano su Teheran.  Tuttavia, l’8 maggio 2018, l’ex-presidente statunitense, Donald Trump, aveva ritirato il proprio Paese dal JCPOA e aveva reimposto sanzioni sull’Iran, ritenendo che il Paese non avesse rispettato gli impegni presi in modo soddisfacente. Le misure in questione hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti. Teheran aveva violato più disposizioni del JCPOA e, il 4 gennaio scorso, ha ripreso l’arricchimento di uranio al 20% presso l’impianto nucleare sotterraneo di Fordow.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che si è insediato alla Casa Bianca il 20 gennaio scorso, sembrerebbe essere disposto a rilanciare l’accordo, ma ha più volte ribadito che, dapprima, sia necessario che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici.

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Camilla Canestri

di Redazione

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