Egitto: ordigno dello Stato Islamico uccide 7 soldati nel Sinai

Pubblicato il 13 agosto 2021 alle 17:32 in Africa Egitto

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Il 12 agosto, una bomba posizionata lungo una strada, nella parte settentrionale della penisola del Sinai, è esplosa uccidendo 7 membri delle forze di sicurezza egiziane. L’attacco è stato rivendicato dallo Stato Islamico. 

Le truppe erano a bordo di un veicolo blindato quando l’ordigno è esploso a New Rafah, una città al confine con la Striscia di Gaza. I feriti, alcuni in gravi condizioni, sono stati trasferiti in un ospedale militare nella vicina città di el-Arish. Lo stesso 12 agosto, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco in una dichiarazione pubblicata su un sito web di riferimento. 

Sempre il 12 agosto, il portavoce delle forze armate egiziane, il tenente colonnello Abdel Hafez Gharib, ha rilasciato riferito che 9 soldati sono stati uccisi e feriti in una serie di scontri nel Sinai. Tuttavia, non ha fornito ulteriori dettagli riguardo alle vittime o all’assalto. Gharib ha aggiunto che le forze armate hanno ucciso 13 combattenti islamisti e hanno confiscato 15 fucili automatici e munizioni nel Sinai settentrionale e centrale, ma non ha specificato quando tali episodi hanno avuto luogo. 

Da febbraio 2018, le autorità del Cairo hanno lanciato operazioni su vasta scala per respingere i gruppi terroristici nel Sinai del Nord e nel Deserto Occidentale, il che ha provocato la morte di 1060 presunti militanti jihadisti, quasi 1.000 civili e decine di membri del personale di sicurezza, secondo le cifre fornite da fonti ufficiali. In tale quadro, a luglio 2020, l’esercito egiziano si è ritrovato a contrastare i militanti dello Stato Islamico presso Bir al-Abd, dove Wilayat Sinai era riuscita ad assumere il controllo di diversi villaggi nell’area occidentale di tale città.

Le tensioni avevano avuto inizio il 22 luglio, dopo che Il Cairo aveva dichiarato di aver sventato un attacco terroristico nella regione del Sinai del Nord, uccidendo 18 militanti. Da allora, sono state piantate mine ed esplosivi in punti strategici dei villaggi di Bir al-Abd, impedendo alle forze egiziane di dare la caccia agli insorti. Per tale ragione, l’esercito del Cairo aveva fatto ricorso ai bombardamenti aerei, rischiando di provocare un alto numero di vittime civili. L’intera regione del Sinai, zona di congiunzione tra i continenti africano ed asiatico, vive da tempo in uno stato d’allerta.

Le tensioni sono aumentate a partire dal 2013, quando, con un colpo di Stato, l’esercito egiziano ha rovesciato l’allora presidente Mohamed Morsi, vicino alla Fratellanza Musulmana. Poi, nel mese di febbraio 2018, il governo dell’attuale presidente, Abdel Fatah al-Sisi, ha lanciato un’operazione a livello nazionale contro i gruppi armati concentrati nel Sinai del Nord. La campagna di sicurezza, chiamata Comprehensive Operation – Sinai, avviata il 9 febbraio 2018, ha avuto l’obiettivo di intensificare i controlli nella regione e contrastare i ribelli islamisti e le altre attività criminali che compromettono la sicurezza e la stabilità del Paese.

In tale contesto, l’Egitto è in uno stato di emergenza continuo dal 10 aprile 2017, quando una serie di bombardamenti contro alcune chiese situate nei governatorati del Cairo e di Alessandria hanno provocato la morte di circa 47 persone. Sebbene la Costituzione egiziana preveda che lo stato di emergenza venga promulgato per soli sei mesi consecutivi, negli ultimi anni il presidente egiziano si è spesso affrettato a rinnovarlo ancor prima della scadenza stabilita, l’ultima volta il 25 aprile scorso.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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