Etiopia: chiamata alle armi contro le forze ribelli del Tigray

Pubblicato il 10 agosto 2021 alle 17:12 in Africa Etiopia

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Il 10 agosto, l’ufficio del primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha esortato “tutti gli etiopi capaci” a unirsi all’esercito, alle forze speciali e alle milizie per sostenere la lotta contro le forze del Tigray.

La dichiarazione è stata resa pubblica nonostante il governo abbia dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nella regione settentrionale del Tigray, il 28 giugno, dopo che le forze del Tigray hanno riconquistato la capitale regionale Mekele dalle truppe federali. La misura era motivata, secondo l’esecutivo, da ragioni umanitarie e sarebbe rimasto in vigore fino alla fine della stagione agricola, quindi fino a settembre.

Tuttavia, il 10 agosto, l’Etiopia lancia questa sorta di chiamata alle armi: “Ora è il momento giusto per tutti gli etiopi capaci che sono maggiorenni di unirsi alle forze di difesa, alle forze speciali e alle milizie per mostrare il proprio patriottismo”. “È diventato evidente che gli agricoltori del Tigray non saranno in grado di coltivare in sicurezza a meno che la gente del Tigray non sarà separata per sempre dal gruppo terroristico”, ha affermato l’ufficio del primo ministro nella sua dichiarazione.

Secondo le Nazioni Unite, nelle ultime settimane i combattimenti si sono estesi alle regioni limitrofe di Amhara e Afar, provocando lo sfollamento di circa 170.000 persone. I recenti sviluppi indicano che le forze del Tigray continuano a ingaggiare combattimenti con le truppe delle regioni vicine, nonostante gli appelli della comunità internazionale a non espandere il conflitto nel resto del Paese. Soldati e combattenti si sono mobilitati in massa in alcune zone di Amhara per fermare l’avanzata dei ribelli, ma diversi residenti di Lalibela hanno riferito alla stampa, il 5 agosto, che la città è caduta senza grandi sforzi. 

Circa 4 milioni di persone in Tigray, ad Amhara e Afar stanno affrontando livelli di insicurezza alimentare di emergenza o di crisi, secondo le Nazioni Unite. “Dovremmo avere 100 camion al giorno che vanno nel Tigray per soddisfare i bisogni di base”, ha detto il capo umanitario delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, davanti ai giornalisti, ad Addis Abeba, aggiungendo che la cifra è stata esattamente calcolata e non “sovrastimata”. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) ha avvertito, la scorsa settimana, che più di 100.000 bambini nel Tigray potrebbero soffrire di malnutrizione grave nei prossimi 12 mesi, un aumento di 10 volte maggiore rispetto al numero normale.

L’escalation tra i ribelli del Tigray e il governo centrale di Addis Abeba è iniziata alla fine del 2020. Il 4 novembre 2020, l’esercito etiope ha lanciato un’offensiva in risposta a presunti attacchi delle forze regionali contro le basi del governo federale. Delle aggressioni è stato incolpato il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, il quale è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario del Popolo etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che il primo ministro Abiy Ahmed salisse al potere, il 2 aprile 2018. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. 

L’8 agosto, il Sudan ha richiamato il proprio ambasciatore in Etiopia, affermando che il Paese continua a rifiutare l’offerta sudanese di mediare nel conflitto in corso nel Tigray. Il Ministero degli Esteri sudanese ha sottolineato che l’Etiopia potrebbe migliorare la propria posizione se prendesse in considerazione l’offerta del Paese vicino, “invece di rifiutare completamente tutti i suoi sforzi”. Il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, è intervenuto sulla questione etiope nell’ambito della sua presidenza dell’IGAD, acronimo inglese per l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo, un gruppo che comprende Kenya, Etiopia, Uganda, Gibuti, Sudan, Uganda e Somalia. Inoltre, il 4 agosto, Hamdok aveva discusso con il segretario di Stato degli USA, Antony Blinken, del conflitto nella regione etiope settentrionale del Tigray, che ha creato un flusso di circa 53.400 rifugiati dalla fine del 2020. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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