Bolivia: il presidente esorta l’esercito a non partecipare a colpi di Stato

Pubblicato il 9 agosto 2021 alle 10:49 in America Latina Bolivia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il presidente della Bolivia, Luis Arce, ha esortato le Forze Armate, sabato 7 agosto, ad iniziare “un nuovo ciclo” che sia “insieme al popolo” in cui “mai più parteciperanno a colpi di stato o riceveranno armi da altri Paesi “per reprimere la popolazione”, alludendo alla crisi politica e sociale del 2019. Il presidente boliviano ha partecipato, insieme al vicepresidente, David Choquehuanca, ai ministri e ai capi militari, alla parata militare svoltasi nella città di Sucre, capitale della Bolivia, per i 196 anni dalla creazione delle Forze Armate del Paese. “È tempo di iniziare una nuova era per le nostre Forze Armate”, ha ribadito Arce nel suo discorso.

Il presidente ha continuato a indicare che il popolo non toglierà le armi alle Forze Armate “per consegnarle a una potenza straniera e disarmarle” e che l’unica richiesta sarà che adempiano al loro ruolo di “difendere la sovranità nazionale e costruire lo sviluppo integrale” del Paese. “Le Forze Armate non devono mettersi agli ordini di alcuna potenza egemone né ricevere armi da altri Paesi o munizioni per reprimere il popolo boliviano”, ha sottolineato Arce, affermando che è arrivato il “tempo” in cui l’esercito dovrà “adattare” il proprio pensiero e la propria struttura al modello “sociale, comunitario” promosso dal partito di Governo.

Dopo il discorso del capo di Stato boliviano, è iniziata la parata militare in cui sono entrati anche diversi movimenti sociali e indigeni, come la Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB), la Federazione delle donne rurali Bartolina Sisa, e il Consiglio nazionale di Ayllus e Markas del Qullasuyu (CONAMAQ). Arce ha assicurato il 6 agosto, nell’atto all’Assemblea legislativa per il 196° anniversario dell’indipendenza della Bolivia, che non si fermerà a “pretendere” il perseguimento e la punizione dei responsabili della crisi del 2019.

Nel 2019 è scoppiata una crisi sociale e politica dopo le elezioni generali del 20 ottobre nel Paese latino-americano perché l’allora presidente, Evo Morales, è stato accusato di brogli elettorali dall’Organizzazione degli Stati americani (OAS) e dall’opposizione politica del Paese. Dopo questi eventi, si sono susseguite diverse proteste civili per 3 settimane fino a quando, il 10 novembre, il comandante in capo delle forze armate boliviane, Williams Kaliman, ha suggerito al Capo dello Stato di dimettersi dal mandato presidenziale.

Dopo le dimissioni di Morales, la senatrice Jeanine Áñez assunse la presidenza, l’11 novembre, generando un’altra ondata di manifestazioni sociali contro il nuovo Governo. Il 15 novembre, ci sono stati diversi interventi militari volti a controllare le proteste che hanno causato la morte di 11 civili a fronte di 120 feriti a Sacaba. Il 19 novembre, a Senkata, altri 11 civili sono stati uccisi. La Commissione Interamericana sui Diritti Umani (IACHR) ha descritto questi eventi come “massacri”.

Il Governo socialista, che ha preso il potere nell’ottobre 2020, ha incolpato Áñez e vari suoi ex ministri ed ex alti ufficiali delle Forze armate di aver rovesciato l’allora presidente del Paese in un presunto colpo di stato. Questa teoria sarebbe stata successivamente smentita dall’opposizione, dichiarando che la causa della rivolta in Bolivia sarebbe stata generata dallo stesso Morales, che aveva intenzione di rimanere in carica per la quarta volta di seguito, nonostante la Costituzione del Paese permettesse solo due mandati consecutivi.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Ludovica Tagliaferri

 

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.