UE, carbon tax: il Kazakistan volge lo sguardo verso la Cina e il Sud-Est asiatico

Pubblicato il 7 agosto 2021 alle 6:24 in Cina Europa Kazakistan

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Il ministro dell’Energia della Repubblica di Kazakistan, Zhumabay Karagaev, ha dichiarato, venerdì 6 agosto, che il Paese potrebbe reindirizzare i propri export di idrocarburi verso la Cina e i Paesi del Sudest Asiatico a causa della carbon tax che l’Unione Europea potrebbe introdurre.

A riferirlo, il medesimo venerdì, è stata l’agenzia di stampa russa TASS, citando le dichiarazioni rilasciate dal ministro kazako nel corso di una conferenza stampa. Secondo Karagaev, l’introduzione della regolamentazione transfrontaliera sul carbonio “influirà negativamente sul settore petrolifero e del gas” del Paese. Pertanto, il governo del Kazakistan starebbe valutando altri partner verso cui esportare i propri prodotti petroliferi per evitare di registrare costi eccessivi. A sostituire l’Unione Europea vi potrebbero essere la Cina e i Paesi del Sud-Est Asiatico, poiché tale tassa non sarebbe imposta. Tuttavia, Karagaev ha ricordato che l’Unione Europea rappresenta uno dei principali importatori di petrolio di produzione kazaka, sottolineando che la nuova regolamentazione arrecherebbe seri danni all’economia del Paese.

In precedenza, il primo ministro kazako, Askar Mamin, aveva reso noto che la carbon tax avrebbe obbligato Nur-Sultan ad attivare investimenti che avrebbero superato oltre i 562 miliardi di dollari. L’introduzione della carbon tax, secondo i parlamentari kazaki, comporterebbe un “rischio” per l’economia del Paese, essendo essa basata prevalentemente sulle esportazioni legate al settore petrolifero e di materie prime. 

Nonostante l’UE stia valutando da anni l’introduzione della carbon tax, è a partire dal 14 luglio che l’Unione Europea ha iniziato a presentare una serie di piani riguardanti l’imposizione della prima regolamentazione transfrontaliera al mondo. Questa sarebbe da applicare alle importazioni di acciaio ad alta intensità di carbonio, nonché di alluminio, cemento, fertilizzanti ed elettricità. Si tratta di un nuovo programma europeo che ha l’obiettivo di adempiere agli obblighi di Bruxelles legati all’Accordo sul clima. La nuova tassa, secondo quanto reso noto dalla Commissione Europea, sarà applicata gradualmente, a partire dal 2026. Lo scopo del nuovo meccanismo è quello di “proteggere le industrie europee dai concorrenti esteri”, i quali possono produrre a costi inferiori poiché non sono tenuti a versare imposte per le emissioni di carbonio.

Secondo la proposta europea, la fase di transizione avrà inizio nel 2023 e si concluderà nel 2025. In tale periodo, gli importatori esteri saranno obbligati a monitorare e segnalare le proprie emissioni di carbonio. Le società di import straniere dovranno, pertanto, acquistare certificati digitali in cui dovrà essere inserito il tonnellaggio di emissioni di anidride carbonica legato alle merci trasportate e esportate. Il costo dei suddetti certificati sarà basato sul prezzo medio dei permessi venduti settimanalmente all’asta in seno al mercato del carbonio europeo. In tale contesto, è importante sottolineare che i costi del carbonio nel blocco europeo, nel 2021, hanno raggiunto livelli record: oltre 58 euro per tonnellata.

La maggior parte degli analisti prevede che i prezzi continueranno a salire fino al 2030, spinti dalla prospettiva delle riforme in seno al mercato del carbonio. Tali misure rientrano all’interno di un più ampio pacchetto, sviluppato per raggiungere gli obiettivi dell’UE in materia di cambiamenti climatici. “Se gli importatori possono dimostrare, sulla base di informazioni verificate dai produttori di Paesi terzi, che è già stato pagato il costo per il carbonio durante la produzione delle merci importate, il valore corrispondente potrà essere detratto dalla fattura finale”, ha affermato la Commissione Europea in una scheda informativa in cui è illustrato il funzionamento delle nuove misure. In tale quadro, è importante sottolineare che, secondo un rapporto della Banca Mondiale, attualmente gli strumenti utilizzati per determinare il costo del carbonio coprono solo il 21% delle emissioni mondiali di gas serra. Pertanto, la Commissione ha rivelato che la regolamentazione transfrontaliera di carbonio dovrà essere elaborata in conformità alla normativa imposta dall’Organizzazione mondiale del commercio. Infine, ad accodarsi alle critiche della Federazione Russa, è stata anche la Cina, la quale non ha accolto con favore la nuova proposta di legge di Bruxelles.

Il primo accordo globale sul clima venne firmato a Parigi nel 2015 da 194 paesi, tra cui la Russia. Questo accordo definisce un piano d’azione globale per frenare il riscaldamento globale. L’Accordo di Parigi prevede la riduzione dell’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C e l’impegno compiere sforzi per non superare un aumento di 1,5°C, il che dovrebbe essere sufficiente a ridurre significativamente i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici. Oltre a questo, si mira al miglioramento della capacità di adattamento agli effetti negativi dei cambiamenti climatici e la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, allo sblocco di finanziamenti rivolti allo sviluppo di tecnologie a basse emissioni di gas serra e a basso impatto ecologico.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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