Argentina: diversi membri del Governo Macri coinvolti nell’invio di armi in Bolivia

Pubblicato il 7 agosto 2021 alle 7:06 in Argentina Bolivia

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L’ambasciatore argentino in Bolivia, Ariel Basteiro, ha dichiarato, giovedì 5 agosto, che diversi membri del gabinetto dell’ex presidente dell’Argentina, Mauricio Macri, sono coinvolti nella spedizione di armi in Bolivia dopo i disordini generati dalle dimissioni del capo di Stato boliviano, Evo Morales. L’ambasciatore ha affermato che Macri ha incontrato, il 12 novembre 2019, l’ex ministro della sicurezza argentino, Patricia Bullrich, l’ex capo di gabinetto, Marcos Peña e gli allora capi della Gendarmeria a Casa Rosada, sede centrale del potere esecutivo dell’Argentina.

Basteiro ha riferito che ogni giorno ci sono più prove e nuovi funzionari dello Stato nazionale coinvolti. “Sta diventando sempre più chiaro che c’è stato un caso di contrabbando aggravato per collaborare a un colpo di Stato”. “Più della metà del Gabinetto, le Forze di Sicurezza, le Forze Armate, il Ministero della Difesa e la Cancelleria sapevano in anticipo che questi disordini sarebbero arrivati in Bolivia “, ha ribadito Basteiro.

Il diplomatico ha concluso informando che le indagini analizzano la possibilità che anche altri Paesi siano stati coinvolti nel trasporto di armi. All’inizio di luglio, il ministro degli Esteri boliviano, Rogelio Mayta, ha denunciato che “il Governo Macri ha contribuito a reprimere la protesta sociale e a infrangere l’ordine costituzionale in Bolivia”.

Nel 2019 è scoppiata una crisi sociale e politica dopo le elezioni generali del 20 ottobre nel Paese latino-americano perché l’allora presidente Morales è stato accusato di brogli elettorali dall’Organizzazione degli Stati americani (OAS) e dall’opposizione politica del Paese. Dopo questi eventi, si sono susseguite diverse proteste civili per 3 settimane fino a quando, il 10 novembre, il comandante in capo delle forze armate boliviane, Williams Kaliman, ha suggerito al Capo dello Stato di dimettersi dal mandato presidenziale.

Dopo le dimissioni di Morales, la senatrice Jeanine Áñez assunse la presidenza, l’11 novembre, generando un’altra ondata di manifestazioni sociali contro il nuovo Governo. Il 15 novembre, ci sono stati diversi interventi militari volti a controllare le proteste che hanno causato la morte di 11 civili a fronte di 120 feriti a Sacaba. Il 19 novembre, a Senkata, altri 11 civili sono stati uccisi. La Commissione Interamericana sui Diritti Umani (IACHR) ha descritto questi eventi come “massacri”.

Il Governo socialista, che ha preso il potere nell’ottobre 2020, ha incolpato Áñez e vari suoi ex ministri ed ex alti ufficiali delle Forze armate di aver rovesciato l’allora presidente del Paese in un presunto colpo di stato. Questa teoria sarebbe stata successivamente smentita dall’opposizione, dichiarando che la causa della rivolta in Bolivia sarebbe stata generata dallo stesso Morales, che aveva intenzione di rimanere in carica per la quarta volta di seguito, nonostante la Costituzione del Paese permettesse solo due mandati consecutivi.

L’ex presidente ad interim è stata successivamente incarcerata con l’accusa di terrorismo, sedizione e cospirazione. Áñez ha definito il suo arresto un “oltraggio assoluto”, precisando che “é stata accusata di coinvolgimento in un colpo di Stato che in realtà non é mai avvenuto”. Jeanine sarà in carcere per almeno un anno, dopo che, il 3 luglio, un giudice ha esteso la carcerazione preventiva per altri 6 mesi. Il Governo boliviano sta attualmente indagando sulla ricezione di armi, munizioni di guerra e gas lacrimogeni sotto il suo mandato e se sono stati utilizzati nei conflitti sociali del 2019.

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Ludovica Tagliaferri

di Redazione

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