India, Kashmir: tensioni a due anni dalla revoca dell’autonomia

Pubblicato il 6 agosto 2021 alle 20:43 in Asia India

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In occasione del secondo anniversario dalla revoca dell’autonomia ai territori del Kashmir controllati dall’India, il 5 agosto, nel capoluogo regionale Srinagar sono stati sparati alcuni colpi d’arma da fuoco e c’è stata un’esplosione. Nella porzione pakistana del Kashmir, invece, si sono radunati gruppi di manifestanti che hanno declamato slogan contro Nuova Delhi e hanno bruciato la bandiera indiana.

Nella parte indiana del Kashmir le autorità di Nuova Delhi hanno inviato poliziotti e militari mentre più gruppi di separatisti hanno chiesto alla popolazione di chiudere attività e negozi per ricordare quello che è stato definito “un giorno buio”. Le forze dell’ordine avevano già eretto stazioni di controllo e barricate a Srinagar in vista del 5 agosto e il personale schierato indossava giubbotti antiproiettile. Alcuni presunti ribelli avrebbero sferrato colpi di arma da fuoco in aria nel centro della città dove c’è stata anche l’esplosione di un ordigno a bassa intensità.

A Sopore, invece, un funzionario ha affermato che alcuni ribelli hanno sparato contro la polizia mentre gli agenti cercavano di forzare le porte dei negozi che stavano osservando il giorno di chiusura. Tuttavia, più tardi, la polizia distrettuale ha negato l’accaduto. In particolare, era stato il principale leader dei separatisti, il 90enne Syed Ali Geelani, ad aver chiesto una chiusura generale per celebrare un “giorno buio” in segno di protesta contro “l’aggressione dell’India”, in base a quanto affermato in una dichiarazione su Twitter dal suo rappresentante, con sede in Pakistan. L’appello è stato sostenuto da diversi gruppi separatisti più piccoli.

L’ex primo ministro del Kashmir Mehbooba Mufti, che insieme a decine di altri politici locali aveva trascorso mesi in carcere dopo essere stato arrestato durante la repressione del 2019, ha guidato una protesta a Srinagar ma la polizia ha impedito loro di marciare verso il centro della città.

Al contrario, sono state invece circa mille le persone che hanno manifestato nella capitale del Kashmir pakistano, Muzaffarabad. I partecipanti hanno declamato slogan contro Nuova Delhi e hanno bruciato bandiere indiane. A Islamabad, il presidente e il ministro degli esteri del Pakistan hanno guidato una manifestazione di circa 500 persone mentre il traffico è stato bloccato per un minuto di silenzio in altre grandi città. Il primo ministro pakistano ha pubblicato un Tweet in cui ha accusato l’Indi di distruggere la stabilità regionale e di sponsorizzare il terrorismo.

Il 5 agosto 2019, l’esecutivo di Modi, che è a capo del partito nazionalista-induista Bharatiya Janata Party (BJP), aveva suddiviso il territorio del Kashmir sotto la propria giurisdizione in due zone amministrate federalmente dall’India, il Jammu e Kashmir e il Ladakh, revocando gli articoli 370 e 35A della Costituzione indiana che sancivano i diritti all’autonomia di cui godeva la regione, ovvero su tutte le questioni interne, tranne difesa, comunicazione e affari esteri. Così facendo, lo status speciale della regione era stato revocato e la sua costituzione separata era stata annullata. Modi aveva motivato la decisione presa affermando che si fosse trattato di uno sforzo più ampio per consentire lo sviluppo economico della regione e per integrarla con il resto del Paese.

In seguito alla decisione del 5 agosto 2019 erano nate proteste e critiche da parte dei leader locali che hanno affermato di non essere stati consultati in merito. Prima del 5 agosto 2019, il governo di Modi aveva ordinato l’arresto di vari leader politici e attivisti del Jammu e Kashmir in vista di proteste di massa per la revoca dell’autonomia. Oltre a questo, nella regione erano state interrotte le linee telefoniche e la connessione ad Internet ed era stata incrementata la presenza di militari. In tale scenario, l’attività politica regionale era stata bloccata ma già dal 2018 questa era stata incerta. 

Il Kashmir è una regione asiatica a maggioranza musulmana, situata tra l’India, il Pakistan e la Cina che, al momento, ne amministrano aree distinte. In particolare, la parte centro-meridionale, il Jammu e Kashmir, è amministrata dall’India, lo Azad Kashmir e il Gilgit-Baltistan, le porzioni Nord-occidentali, sono sotto la giurisdizione del Pakistan, mentre la zona Nord-orientale, Aksai Chin, è sotto il controllo della Cina. Tale ripartizione non è però riconosciuta dagli attori in gioco e Nuova Delhi e Islamabad rivendicano la propria sovranità l’una sulle parti dell’altra. Di fronte alle tensioni nate dalle rivendicazioni concorrenti,  l’Onu ha istituito un confine de facto nel Kashmir tra la parte indiana e quella pakistana, noto come Linea di Controllo (LoC).  Qui è in atto un cessate il fuoco dal 2003 che Islamabad e Nuova Delhi si accusano reciprocamente di violare di frequente ma che hanno riaffermato lo scorso febbraio, mentre, da decenni, nella parte indiana ci sono gruppi ribelli che lottano per l’indipendenza del territorio o per unirsi al Pakistan, accusato dall’India di armare i militanti.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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