Burkina Faso: almeno 30 persone, civili e militari, uccise al confine con il Niger

Pubblicato il 6 agosto 2021 alle 16:21 in Burkina Faso Niger

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Almeno 30 persone, tra cui 15 soldati, 11 civili e 4 membri delle truppe ausiliarie, sono state uccise in attacchi di sospetti militanti jihadisti nel Nord del Burkina Faso, vicino al confine con il Niger. Il governo burkinabè ha annunciato il bilancio delle vittime giovedì 5 agosto.

“Le popolazioni dei villaggi di Dambam, Guevara e Tokabangou, situati a una decina di chilometri da Markoye, vicino al confine con il Niger, sono state oggetto di un attacco di gruppi terroristici armati che ha provocato la morte di 11 civili, il rapimento del bestiame e l’incendio delle proprietà”, ha riferito una dichiarazione del Ministero della Difesa, specificando: “Un’unità del distaccamento militare Markoye, che comprendeva anche Volontari per la Difesa della Patria, era stata schierata per mettere in sicurezza le suddette popolazioni. Durante le operazioni, l’unità è stata attaccata nelle vicinanze del villaggio di Tokabangou”. Almeno una decina di terroristi sono rimasti uccisi nella risposta delle truppe governative. Secondo il Ministero, “l’area è attualmente sotto il controllo di unità militari e la controffensiva per trovare e catturare gli aggressori prosegue con mezzi aerei e terrestri”. 

Il Burkina Faso subisce attacchi jihadisti regolari e mortali dal 2015, in particolare nelle regioni settentrionali e orientali vicino al confine con il Mali e il Niger. Solo due mesi fa, il 4 giugno, circa 132 civili sono stati uccisi in un attacco avvenuto nel villaggio settentrionale di Solhan, nella provincia di Yagha, al confine con il Niger. Si è trattato di uno degli attentati più letali realizzati nel Paese negli ultimi anni. Migliaia di burkinabè hanno manifestato indignati contro le violenze dopo l’attentato di Solhan, denunciando “l’inerzia del governo”. Di fronte a questa rabbia, il presidente Roch Marc Christian Kaboré, al potere dal 2015 e rieletto nel 2020 con la promessa di portare la pace nel suo Paese, ha annunciato a fine giugno di aver destituito i ministri di Difesa e Sicurezza, decidendo di assumere lui stesso l’incarico.

Circa 1,2 milioni di persone nel Paese sono state costrette a fuggire dalle proprie case negli ultimi due anni a causa del conflitto, poiché i gruppi armati legati ad al-Qaeda e all’Isis stanno intensificando i loro attacchi contro l’esercito e i civili, nonostante la presenza di migliaia di soldati francesi e di altre forze internazionali e regionali dispiegate in tutto il Sahel. 

La regione desertica in cui convergono i confini di Burkina Faso, Mali e Niger, nota come “tri-border area”, è una zona particolarmente instabile poiché costantemente presa di mira dai militanti islamisti che collaborano con gruppi di “banditi” locali. La situazione nel Sahel è particolarmente critica a partire dal 2012, quando il Nord del Mali ha dovuto affrontare una rivolta armata guidata da membri di gruppi armati tuareg alleati con alcuni combattenti di al-Qaeda. Nel corso dell’anno, questi sono riusciti a prendere il controllo delle regioni settentrionali. Successivamente, nel 2013, il movimento è riuscito ad espandersi nelle regioni centrali, provocando l’intervento armato delle forze francesi. Il supporto internazionale, con una serie di iniziative sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’UE, ha indebolito i militanti, ma la zona è rimasta instabile e le violenze non solo continuano, ma hanno raggiunto nuovi record nel 2021. 

Lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) è un’organizzazione militante islamista affiliata allo Stato Islamico dal 2015, nata da una divisione interna all’organizzazione nota come al-Mourabitoun, “le Sentinelle”, confluita poi nel JNIM. Questo gruppo, a sua volta, è stato formato da una fusione, nel 2013, tra il battaglione al-Mulathamun, “gli Uomini Mascherati” e il Movimento per l’Unità e la Jihad in Africa occidentale (MUJAO). Entrambe le organizzazioni erano derivate da AQIM. A maggio del 2015, Adnan Abu Walid al-Sahraoui e i suoi seguaci dello Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) hanno promesso fedeltà all’ISIS. 

Tuttavia, anche Stato Islamico nella Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), potrebbe aver aiutato l’ISGS nei recenti assalti effettuati nella tri-border area, secondo alcune fonti. L’ISWAP è nato da una divisione dall’organizzazione terroristica nigeriana, Boko Haram, che stava subendo gravi perdite a partire da gennaio 2015, a causa delle offensive di una coalizione delle forze militari della Nigeria, del Ciad, del Camerun e del Niger. Il 7 marzo 2015, Abubakar Shekau, leader di Boko Haram, ha promesso fedeltà allo Stato Islamico della Siria e del Levante, che ha accettato i nuovi adepti e ha annunciato l’espansione del califfato in Africa occidentale, dichiarando che qualsiasi aspirante jihadista che non riuscisse ad entrare in Siria e in Iraq poteva recarsi a combattere in Africa. Nell’agosto 2016, la leadership dello Stato Islamico ha riconosciuto e nominato Abu Musab al-Barnawi come leader de facto dell’ISWAP, cosa che Shekau ha rifiutato di accettare. A causa di lotte intestine, la neonata organizzazione si è divisa in due fazioni, la fazione di al-Barnawi (ISWAP) e la fazione di Shekau (Boko Haram). Si stima che l’ISWAP contasse tra i 3.500 e i 5.000 combattenti, nel febbraio del 2020.

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Chiara Gentili

di Redazione

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