Bolivia: nuove manifestazioni contro il Governo

Pubblicato il 6 agosto 2021 alle 8:05 in America Latina Bolivia

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Una serie di organizzazioni civiche e partiti di opposizione politica in Bolivia hanno protestato, il 5 agosto, in diverse città del Paese per respingere la chiusura del caso giudiziario delle elezioni vinte da Evo Morales nel 2019. I manifestanti chiederanno anche la cessazione di quella che considerano una “persecuzione politica” contro ex capi e leader militari. Le proteste avranno luogo a La Paz, a Cochabamba, a Sucre, a Potosí, a Tarija, a Oruro e a Santa Cruz de la Sierra.

Il presidente del Comitato Pro Santa Cruz, Rómulo Calvo, ha affermato che “le persone sono convocate da diversi attivisti che vogliono dimostrare al Governo che non permetteranno che i loro diritti vengano violati, che non vogliono perdere la nostra libertà, che siamo soggetti a un governo di terrorismo, persecuzione, dolore e morte”.

Il Governo boliviano sta attualmente indagando sulla ricezione di armi, munizioni di guerra e gas lacrimogeni sotto il suo mandato e se sono stati utilizzati nei conflitti sociali del 2019. In quell’anno è scoppiata una crisi sociale e politica in Bolivia dopo le elezioni generali del 20 ottobre. Morales è stato accusato di brogli elettorali dall’Organizzazione degli Stati americani (OAS) e dall’opposizione politica boliviana e, poiché ciò ha generato proteste civili fino al 10 novembre, il comandante a capo delle forze armate della Bolivia, Williams Kaliman, ha suggerito a Morales di dimettersi dal suo mandato presidenziale.

Il 15 novembre, ci sono stati diversi interventi militari volti a controllare le proteste che hanno causato la morte di 11 civili a fronte di 120 feriti a Sacaba. Il 19 novembre, a Senkata, altri 11 civili sono stati uccisi. La Commissione Interamericana sui Diritti Umani (IACHR) ha descritto questi eventi come “massacri”.

Il Governo socialista, che ha preso il potere nell’ottobre 2020, ha incolpato l’ex presidente ad interim, Jeanine Áñez, e vari suoi ex ministri ed ex alti ufficiali delle Forze armate di aver rovesciato l’allora presidente del Paese in un presunto colpo di stato. Questa teoria sarebbe stata successivamente smentita dall’opposizione, dichiarando che la causa della rivolta in Bolivia sarebbe stata generata dallo stesso Morales, che aveva intenzione di rimanere in carica per la quarta volta di seguito, nonostante la Costituzione del Paese permettesse solo due mandati consecutivi.

L’ex presidente ad interim è stata successivamente incarcerata con l’accusa di terrorismo, sedizione e cospirazione. Áñez ha definito il suo arresto un “oltraggio assoluto” e ha riferito che ciò era stato il risultato “dell’intimidazione politica” organizzata dal Movimento al Socialismo (MAS), che è il partito dell’attuale presidente del Paese. Jeanine ha ribadito che “é stata accusata di coinvolgimento in un colpo di stato che in realtà non é mai avvenuto” e ha inviato dunque lettere all’Organizzazione degli Stati americani (OAS) e alla delegazione dell’Unione europea (UE) in Bolivia per chiedere la presenza di una missione di osservazione che potesse valutare oggettivamente il suo arresto e quello dei suoi ministri.

Il segretario di Stato degli Stati Uniti, Anthony Blinken, aveva dichiarato, il 27 marzo, di essere preoccupato per “il crescente comportamento antidemocratico e la politicizzazione del sistema legale” nel Paese e ha aggiunto che ci sono dubbi sulla legalità dei suddetti arresti perché sarebbero basati su “accuse infondate”. Il capo della diplomazia statunitense ha espresso tuttavia la sua volontà di mantenere un rapporto solido e reciprocamente rispettoso con il Governo dell’attuale presidente della Bolivia. Da parte sua, il Ministero degli Esteri boliviano ha annunciato la propria preoccupazione per le dichiarazioni di Blinken, considerandole “un esempio di ingerenza negli affari interni dello Stato latino-americano che non contribuirà certamente a migliorare le relazioni tra i due Paesi”.

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Ludovica Tagliaferri

di Redazione

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