Yemen: gli Houthi “responsabili della catastrofe umanitaria”

Pubblicato il 5 agosto 2021 alle 9:55 in USA e Canada Yemen

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Gli Stati Uniti hanno nuovamente accusato le milizie Houthi di essere responsabili della crisi umanitaria che ha colpito il popolo yemenita. Da parte sua, il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale si è detto impegnato a preservare l’accordo di Riad, siglato il 5 novembre 2019 e volto a porre fine alle tensioni tra l’esercito e i gruppi secessionisti del Sud.

Le dichiarazioni del portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Ned Price, sono giunte il 4 agosto, nel corso di un briefing con la stampa, durante la quale è stato affermato che gli Houthi sono i “responsabili della maggior parte delle sofferenze” vissute dalla popolazione yemenita. Lo Yemen, come specificato da diversi resoconti internazionali e dalle Nazioni Unite, è testimone della “peggiore catastrofe umanitaria”, provocata in gran parte dall’uomo, e, a detta di Price, i responsabili, in tal caso, sono gli Houthi.

Il portavoce ha poi fatto riferimento agli sforzi profusi dall’inviato speciale degli USA in Yemen, Timothy Lenderking, il quale, sin dalla sua nomina, il 4 febbraio, ha esortato le parti belligeranti, Houthi in primis, a porre fine ai combattimenti a Ma’rib e nelle restanti regioni yemenite, i quali continuano a provocare ulteriori sofferenze. Tuttavia, ha raccontato il portavoce, anche durante la visita intrapresa il 27 luglio, Lenderking ha rilevato che gli Houthi si rifiutano di impegnarsi seriamente in negoziati politici, oltre che in un cessate il fuoco, ma solo un accordo tra le parti yemenite potrà porre fine a una situazione sempre più difficile. Washington, dal canto suo, si è impegnata a sostenere la “diplomazia” e a fare tutto il possibile per consentire l’accesso ad aiuti umanitari e convincere gli attori yemeniti a sedersi al tavolo dei negoziati. A una domanda sull’incontro tra il presidente iraniano e il leder Houthi, Mohammed Abdulsalam, Price ha risposto mettendo in luce come il sostegno iraniano a diversi “attori violenti” della regione mediorientale rappresenti una delle sfide principali poste dall’Iran.

Anche il presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, in una riunione del 2 agosto, ha parlato di “comportamenti aggressivi” da parte dei ribelli sciiti, i quali continuano a distruggere le capacità e il tessuto sociale del Paese, attraverso bombardamenti e attacchi, anche contro le rotte marittime, oltre che piantando mine sia terrestri sia marittime e prendendo di mira soggetti e oggetti civili in Arabia Saudita.

Parallelamente, il 4 agosto, durante una conversazione telefonica con il governatore di Abyan, Abu Bakr Hussein, il premier yemenita, Maeen Abdul Malik, ha riferito di aver ricevuto istruzioni dalla presidenza per completare l’attuazione del cosiddetto accordo di Riad, evidenziando come qualsiasi mossa unilaterale che rischia di minare l’intesa è da ritenersi inaccettabile. Al momento, l’obiettivo è rispettare le clausole in materia militare ed economica non ancora attuate e garantire servizi alla popolazione meridionale, al fine ultimo di “unificare i ranghi” nella battaglia comune contro i ribelli Houthi.

Circa gli ultimi sviluppi sul campo, l’attenzione dell’esercito negli ultimi giorni è stata rivolta verso le regioni di Ma’rib e al-Bayda’, dove, stando a quanto riferito il 4 agosto, le forze filogovernative sono riuscite a liberare nuove postazioni, infliggendo perdite ai combattenti Houthi. Ma’rib, il cui capoluogo omonimo dista circa 120 chilometri da Sanaa, è oggetto di una violenta offensiva da febbraio scorso. Questa è stata lanciata dal gruppo sciita nel tentativo di espugnare un governatorato ricco di risorse petrolifere, considerato una “carta vincente” da ottenere prima di avviare eventuali negoziati di pace. Ad oggi, i ribelli non hanno ottenuto alcun risultato significativo, ma continuano a mostrare determinazione. Circa la regione centro meridionale di al-Bayda’, risale al 2 luglio l’inizio dell’operazione dell’esercito filogovernativo, il quale mira a conquistare tale governatorato, presumibilmente con l’obiettivo di proseguire, in un secondo momento, verso Sana’a e Dhamar. 

Tali sviluppi giungono dopo mesi di tentativi da parte della comunità internazionale per porre fine al conflitto. Secondo quanto rivelato da una fonte yemenita, gli USA, attraverso il proprio inviato, avevano elaborato un piano sulla base dei principi della “dichiarazione congiunta” dell’ex inviato dell’Onu, Martin Griffiths. Tra i punti stabiliti vi erano un cessate il fuoco in tutto il Paese, inclusa la fine dei raid sauditi contro i territori yemeniti e degli attacchi dei ribelli contro il Regno, l’apertura dell’aeroporto di Sanaa, l’ingresso di rifornimenti di carburante presso il porto di Hodeidah e la ripresa di negoziati e consultazioni. A detta delle fonti, però, i ribelli Houthi e l’inviato statunitense non hanno trovato un accordo sui meccanismi, i dettagli e le condizioni per il cessate il fuoco. Le milizie sciite, da parte loro, avevano presentato una propria proposta, i cui dettagli non sono stati rivelati.

Il conflitto civile in Yemen ha avuto inizio a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014, e vede contrapporsi i ribelli sciiti, sostenuti da Teheran, e le forze legate al governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale. Dal 26 marzo 2015, l’esercito filogovernativo è coadiuvato da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita, formata anche da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait e Bahrain.

 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.