Sudan: condanne a morte contro ufficiali paramilitari

Pubblicato il 5 agosto 2021 alle 17:01 in Africa Sudan

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Il tribunale civile di Elobeid, in Sudan, ha condannato a morte 6 ufficiali delle Forze paramilitari di supporto rapido (RSF) per l’uccisione di 6 studenti durante le proteste seguite alla repressione governativa del 3 giugno 2019, quando almeno 128 persone persero la vita. I manifestanti chiedevano una transizione politica civile, dopo la deposizione dell’ex presidente, Omar al-Bashir, da parte dell’esercito. Durante i disordini che si sono verificati in seguito alle proteste, i comandanti militari hanno più volte attribuito lo scoppio delle violenze a militanti infiltrati, accusati di aver attaccato mercati e banche. Gli organizzatori delle manifestazioni, invece, hanno dichiarato che le proteste erano pacifiche e che i soldati avevano sparato “indiscriminatamente”.

La condanna contro il personale delle RSF, comandate dal vice capo del Consiglio Sovrano del Sudan, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, è considerata una prova dell’impegno del governo a rompere con decenni di governo autoritario. In una dichiarazione relativa alla sentenza, il tribunale civile di Elobeid, dove sono avvenuti gli omicidi, ha affermato che gli imputati hanno infranto la legge ma che “le loro azioni sono individuali e non hanno alcuna relazione con le forze di cui facevano parte”. Non è stato ancora chiarito se i 6 condannati faranno ricorso in appello.

Le vittime si erano unite ad una protesta studentesca poi repressa nel sangue. I membri della RSF, già accusati di atrocità durante il conflitto nel Darfur, nei primi anni 2000, e fedeli ad al-Bashir, sono stati ampiamente accusati delle violenze. A maggio, un altro membro della Forze di Supporto Rapido era stato condannato a morte per aver ucciso un manifestante subito dopo l’attacco di giugno.

Molti leader civili sudanesi, che condividono il potere con i militari nel Sovrano Consiglio di transizione, chiedono che le RSF vengano incorporate nelle forze armate regolari. Il generale Dagalo, tuttavia, si è detto più volte riluttante a compiere una simile mossa.

Gli Stati Uniti, insieme ad altri Paesi della comunità internazionale, sostengono l’unificazione degli apparati militari del Paese. Martedì 3 agosto, il capo dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), Samantha Power, ha chiesto all’esercito del Sudan di unirsi agli ex ribelli e alle forze paramilitari per far progredire la transizione politica e l’accordo di pace tra governo e ribelli. Le osservazioni di Power sono arrivate alla fine della sua visita di quattro giorni in Sudan. L’integrazione delle potenti RSF nell’esercito sudanese è considerato l’ultimo grosso ostacolo nel processo di transizione. “Gli Stati Uniti concordano sul fatto che l’esercito del Sudan debba avere un comando unico e unificato”, ha detto Power in un discorso all’Università di Khartoum. “Sosterremo attivamente la riforma della sicurezza a guida civile e l’integrazione formale delle Forze di supporto rapido e degli ex gruppi armati di opposizione”, ha aggiunto.

Il capo dell’USAID ha annunciato 56 milioni di dollari di “assistenza salvavita” al Sudan e altri 4,3 milioni di dollari per sostenere le elezioni del Paese alla fine del periodo di transizione, nel 2024. Power ha poi assicurato che una spedizione di vaccini contro il coronavirus arriverà nei prossimi giorni nella nazione africana. 

Oltre alla questione della riunificazione delle forze armate, altre iniziative chiave, promosse dal governo del nuovo premier, Abdalla Hamdok, includono lo smantellamento dei lasciti della presidenza di Bashir, la lotta alla crisi economica e la formazione di un organo legislativo di transizione. L’anno scorso, l’esecutivo di Hamdok ha firmato uno storico accordo di pace con i gruppi ribelli per porre fine ad una serie di conflitti etnici in diverse regioni di confine del Paese. Nello specifico, l’intesa, firmata il 3 ottobre, ha riguardato diverse questioni spinose quali la proprietà delle terre, risarcimenti e compensi in materia di ricchezza e condivisione del potere, così come il ritorno dei rifugiati e degli sfollati interni del Paese. Le ex forze ribelli si sono impegnate a deporre le armi, ma decenni di conflitto hanno lasciato la vasta regione occidentale divisa da aspre rivalità. Le questioni chiave includono ancora la proprietà della terra e l’accesso all’acqua. Solo due gruppi sudanesi si sono rifiutati di firmare l’accordo, inclusa la potente fazione ribelle del Movimento di liberazione del popolo sudanese-Nord, guidata da Abdelazizi al-Hilu.

Le proteste contro l’ex presidente erano scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018 e, in pochi mesi, avevano causato grandi trasformazioni nel Paese. Dopo 16 settimane di manifestazioni di piazza, l’11 aprile 2019 l’esercito era riuscito a espellere al-Bashir, al potere da trent’anni, e aveva instaurato un governo militare di transizione, a capo del quale venne insediato Abdel Fattah Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo aveva cercato una mediazione con i manifestanti, ma questi avevano continuato a protestare per le strade della capitale, chiedendo la nascita di un esecutivo civile. Nel corso della protesta del 3 giugno del 2019, le forze di sicurezza nazionale avrebbero utilizzato gas lacrimogeno e granate stordenti per disorientare e disperdere gli attivisti. Più tardi, i militari avrebbero altresì iniziato a sparare proiettili veri, provocando, nel giro di qualche giorno, un totale di circa 128 morti, secondo il bilancio fornito dal comitato nazionale dei medici. I generali al potere negarono di aver ordinato la repressione e chiesero l’avvio di un’indagine sull’incidente. Alla fine del 2019, fu istituita una commissione per verificare gli eventi, ma l’organo deve ancora terminare i suoi lavori. 

L’accordo di pace tra civili e militari venne raggiunto il 17 luglio 2019 e, in base a quanto stabilito nel trattato, il nuovo governo, a composizione mista, avrebbe guidato la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario. Il primo ministro Hamdok prestò giuramento il 21 agosto di quell’anno, diventando leader del governo di transizione e promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, al-Burhan, assunse invece il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo incaricato di gestire il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più uno designato di comune accordo tra le parti. Il 14 dicembre 2019, al-Bashir, è stato condannato a 2 anni di detenzione per irregolarità finanziarie e corruzione, nel primo dei numerosi processi che l’uomo è chiamato ad affrontare. 

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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