Sud Sudan: il vicepresidente Machar cacciato dal suo partito

Pubblicato il 5 agosto 2021 alle 9:07 in Africa Sud Sudan

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Il vicepresidente del Sud Sudan, Riek Machar, è stato deposto dalla carica di capo del suo partito, il Movimento di liberazione del popolo sudanese in opposizione (SPLM-IO). Lo ha riferito l’ala militare del gruppo, mercoledì 4 agosto, dopo una serie di incontri, durati tre giorni, tra alcuni alti funzionari del Movimento. Il primo tenente generale Simon Gatwech Dual è stato dichiarato leader ad interim del partito. 

L’ala militare del Movimento ha affermato che Machar avrebbe “completamente fallito” nell’esercizio della sua leadership e avrebbe notevolmente indebolito la posizione del partito nel governo di coalizione formatosi dall’accordo tra le parti belligeranti del conflitto civile sud-sudanese, all’inizio del 2020. Secondo una dichiarazione firmata dalla leadership militare dell’SPLM/IO e datata 3 agosto, Machar si sarebbe impegnato in una “politica del divide et impera” durata anni e avrebbe favorito il nepotismo rispetto all’unità o al portare avanti causa del suo partito. “Di conseguenza, dall’incontro è emerso che non c’era altra scelta che prendere la decisione di dichiarare la caduta del dottor Riek Machar Teny Dhurgon dalla presidenza dell’SPLM/IO e delle sue forze armate”, si legge nella nota. 

La cacciata di Machar arriva mentre il Sud Sudan sta affrontando una profonda crisi economica e la peggiore carenza di prodotti alimentari dall’inizio della sua indipendenza, con decine di migliaia di persone che si trovano ad affrontare condizioni simili alla carestia. Gli appelli per una rivolta pubblica pacifica volta a rovesciare l’attuale regime e a porre fine alla crisi endemica del Paese si stanno già diffondendo. 

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli al presidente Salva Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati dal vicepresidente Riek Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto 2018, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, un nuovo accordo di pace. Secondo quanto previsto dal patto, Machar avrebbe ricoperto nuovamente il ruolo di vicepresidente. Alla fine, Kiir e Machar hanno raggiunto l’intesa per formare un governo di unità il 22 febbraio 2020, pur continuando a rimanere in conflitto su questioni interne.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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