Iran: il nuovo presidente Raisi presta giuramento

Pubblicato il 5 agosto 2021 alle 17:15 in Iran Medio Oriente

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Il nuovo presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha prestato giuramento dinanzi al Parlamento, oggi, giovedì 5 agosto, insediandosi ufficialmente come ottavo presidente dalla Rivoluzione islamica del 1979. Nel suo discorso, è stata messa in luce la natura pacifica del programma nucleare dell’Iran, mentre è stato riferito che Teheran continuerà a svolgere un ruolo sia in Siria sia a Gaza.

La cerimonia del 5 agosto ha visto la presenza di rappresentanti provenienti da 73 Paesi, oltre a inviati di organizzazioni regionali e internazionali, dinanzi ai quali Raisi ha “giurato sul Dio onnipotente di salvaguardare la religione ufficiale del Paese e della Repubblica Islamica, nonché la Costituzione” iraniana. Il presidente neoeletto ha poi ribadito il suo impegno nei confronti dei principi annunciati dal Grande ayatollah Ruhollāh Mosavi Khomeini quaranta anni fa, mentre ha definito le elezioni che hanno portato alla sua candidatura “storiche”, oltre che un messaggio dell’Iran verso i propri nemici. “Il nuovo governo si impegnerà per migliorare l’economia e risolvere i problemi della nazione”, corruzione in primis, ha altresì affermato Raisi, in un momento in cui si continua a volgere lo sguardo verso le proteste del Khuzestan, alimentate da carenza di energia elettrica e risorse idriche.

Ad ogni modo, il capo di Stato ha chiesto “sostegno esterno” per il futuro esecutivo, il quale, è stato precisato, sarà un governo di accordo nazionale, senza divisioni. A livello di politica estera, il presidente si è impegnato a perseguire una politica “equilibrata”, basata sulla “diplomazia”, e a instaurare “rapporti intelligenti con il mondo per garantire gli interessi dell’Iran”, rimanendo dalla parte degli “oppressi in Palestina, Siria, America, Europa e Africa”. Raisi ha poi fatto accenno al programma nucleare del Paese, definendolo pacifico, in quanto non mira a produrre armi nucleari, impedite dalla Sharia e non incluse nella strategia nazionale. Al contempo, il presidente neoeletto ha precisato che le sanzioni imposte sino ad ora non impediranno agli iraniani di rivendicare i propri diritti legittimi, e ha dichiarato che vi sono nemici che, al momento, stanno conducendo una “guerra psicologica” contro Teheran. “L’interferenza straniera nella regione non risolve alcun problema, ma piuttosto rappresenta il problema stesso”, ha affermato Raisi, mettendo in luce il ruolo dell’Iran come “baluardo contro forze arroganti” e garante di sicurezza e stabilità.

Raisi, definito, un “ultraconservatore”, è stato eletto capo di Stato con circa il 62% dei voti, alle elezioni del 18 giugno scorso. Egli si appresta a guidare l’Iran per i prossimi quattro anni, succedendo ad Haasan Rouhani in un momento in cui Teheran è tuttora coinvolta in una serie di questioni a livello internazionale, prime fra tutte il dossier sul nucleare. A tal proposito, tra le mosse più attese vi è la ripresa dei colloqui di Vienna, intrapresi il 6 aprile scorso e interrotti il 17 luglio dopo sei sessioni, in quanto in attesa della “nuova amministrazione” in Iran. L’obiettivo di tali negoziati è rilanciare l’accordo firmato il 14 luglio del 2015, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Il patto alleggeriva le sanzioni internazionali su Teheran in cambio della limitazione del suo programma nucleare, ma, l’8 maggio del 2018, l’ex presidente degli USA, Donald Trump, ha deciso di ritirarsi unilateralmente dall’intesa e di reintrodurre le sanzioni contro l’Iran. Il successore di Trump, Joe Biden, si è detto disponibile a riconsiderare l’accordo e ha accettato l’avvio di negoziati indiretti con la controparte iraniana.

Parallelamente, l’Iran sta affrontando le accuse rivolte da Israele, USA e Regno Unito per il suo coinvolgimento nell’attacco che, il 29 luglio, ha colpito una petroliera battente bandiera israeliana, provocando 2 morti, e per gli episodi verificatisi il 3 agosto al largo delle coste emiratine. Mentre Washington ha affermato che si sta “coordinando con i Paesi della regione e oltre per organizzare una risposta imminente e appropriata”, Teheran ha negato le accuse, avvertendo che avrebbe risposto a qualsiasi “avventurismo” da parte occidentale.

Sin dalla sua candidatura, presentata il 15 maggio, Raisi aveva rappresentato il candidato favorito, grazie anche all’appoggio dell’Ayatollah Ali Khamenei. Tuttavia, il presidente neoeletto è noto per il suo coinvolgimento nella repressione delle proteste del Movimento Verde, avvenute a seguito delle elezioni presidenziali iraniane del 12 giugno 2009. In tale quadro, egli è stato sanzionato dagli Stati Uniti nel 2019 per violazione dei diritti umani, tra cui esecuzione di minori e torture di prigionieri. Alla luce di ciò, anche il segretario generale di Amnesty International, Agnès Callamard, ha riferito che la vittoria di Raisi mostra come “l’impunità regni sovrana in Iran”. “Continuiamo a chiedere che Ebrahim Raisi sia indagato per il suo coinvolgimento in azioni criminali passate e presenti” ha affermato Callamard in concomitanza con le elezioni di giugno. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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