Israele-Palestina: rinviato il verdetto su Sheikh Jarrah

Pubblicato il 3 agosto 2021 alle 8:43 in Israele Palestina

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La Corte Suprema israeliana ha rinviato, a data da destinarsi, il verdetto su Sheikh Jarrah, il quartiere di Gerusalemme all’origine della violenta escalation scoppiata il 10 maggio scorso. Le famiglie palestinesi hanno poi rifiutato un compromesso proposto dal tribunale, che le vedrebbe classificate come “inquilini protetti”, in cambio del riconoscimento della proprietà di Israele del quartiere.

Decine di palestinesi hanno protestato, il 2 agosto, nei pressi della sede della Corte suprema, per mostrare solidarietà con le quattro famiglie minacciate di sfratto, che includono, in totale, circa 70 membri, e che avevano presentato ricorso al tribunale israeliano. Successivamente, stando a quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, nella sera del 2 agosto, le forze israeliane sono intervenute prendendo d’assalto Sheikh Jarrah, liberandolo da coloro che hanno mostrato opposizione all’insediamento dei “coloni israeliani”, mentre le forze speciali hanno arrestato 5 giovani, residenti del quartiere. Fonti locali hanno riferito che le forze israeliane hanno fatto irruzione anche nelle abitazioni di due delle famiglie minacciate di sfratto, cacciando via gli attivisti contrari alle operazioni di Israele.

Tali episodi sono giunti dopo che la Corte Suprema ha rinviato, il 2 agosto, l’esame sulla questione degli sfratti a Sheikh Jarrah, a seguito del ricorso presentato dalle famiglie palestinesi coinvolte. Queste, a detta dell’avvocato difensore, hanno presentato “documenti legali” che dimostrano la proprietà degli individui palestinesi sulle abitazioni rivendicate e sui terreni dove queste sono costruite. Tuttavia, il giudice Isaac Amit ha chiesto ulteriore documentazione, affermando: “Pubblicheremo una decisione più tardi”, ma non ha fissato ancora una data.

Al contempo, ai residenti palestinesi di Sheikh Jarrah è stato proposto di firmare un documento in cui si riconosce la proprietà di Israele sui terreni del quartiere, in cambio dell’annullamento dello sfratto per le prossime tre generazioni. Le famiglie riceverebbero uno status di “inquilini protetti”, scongiurando, pertanto, il pericolo di essere cacciate per decenni, sebbene costrette a pagare una sorta di canone d’affitto, pari a 465 dollari all’anno, all’organizzazione ebraica Nahalat Shimon, proprietaria dei terreni di Sheikh Jarrah. Il compromesso, però, è stato rifiutato da entrambe le parti. “I giudici della Corte suprema stanno esercitando su di noi un’enorme pressione per giungere a un compromesso con l’organizzazione dei coloni, evitando una sentenza reale sul nostro diritto alla terra».” ha scritto su Twitter Mohammed al-Kurd, con la sorella Muna, il volto più noto della protesta del quartiere.

Sheikh Jarrah è un quartiere residenziale situato a meno di un chilometro dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme, che Israele ritiene appartenga alla comunità ebraica, già prima del 1948. Il motivo che ha scatenato la forte mobilitazione dei residenti è la minaccia di sfratto da parte israeliana, nel quadro di quella che è stata definita una “disputa immobiliare”, percepita dai palestinesi come una politica discriminatoria volta a cacciarli da Gerusalemme. Sebbene la questione vada avanti dal 1956, risale al 2 maggio scorso l’inizio delle tensioni, dopo che la Corte Suprema Israeliana ha ordinato a quattro famiglie di abbandonare le proprie abitazioni entro il 6 maggio, mentre ad altri nuclei familiari è stato concesso di rimanere fino al primo agosto prossimo. In totale sono 58 gli abitanti, di cui 17 minori, costretti ad evacuare, presumibilmente per dare maggiore spazio a un insediamento israeliano. Al momento, i tribunali di grado inferiore hanno già approvato lo sfratto, ma la Corte Suprema deve ancora emettere il verdetto finale, più volte rinviato da maggio scorso.

È proprio a partire dalle proteste di Sheikh Jarrah, allargatesi presso altri luoghi di Gerusalemme, tra cui la moschea di al-Aqsa, che si è giunti alla violenta escalation del 10 maggio, apparentemente terminata con la tregua del 21 maggio, raggiunta dai due protagonisti, Hamas e Israele, con la mediazione dell’Egitto. L’ultima violenta escalation a Gaza ha avuto inizio dopo che Hamas aveva avvertito il governo di Tel Aviv che avrebbe avviato un attacco su larga scala qualora le forze israeliane non si fossero ritirate dalla Spianata delle Moschee e dal monte del Tempio, oltre che dal compound di al-Aqsa. Alla luce della mancata risposta da parte israeliana, Hamas ha iniziato a lanciare razzi contro Gerusalemme già dalla sera del 10 maggio e, nel corso dei giorni successivi, le offensive sono proseguite con attacchi da ambo le parti. Dopo 11 giorni di combattimenti, alle 2:00 di mattina del 21 maggio è entrato in vigore a Gaza un cessate il fuoco.

Secondo quanto riferito dall’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, il proprio ufficio ha verificato la morte di 270 palestinesi a Gaza, in Cisgiordania e Gerusalemme Est, inclusi 68 bambini. Sul fronte israeliano, l’esercito di Tel Aviv ha riferito che un soldato e 12 civili sono rimasti uccisi, mentre i propri raid avrebbero causato la morte di più di 200 combattenti di Hamas e del Movimento per il Jihad Islamico. Le autorità sanitarie della Cisgiordania, dal canto loro, hanno affermato che 31 persone sono state uccise nella regione occupata.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione