Gibuti: scontri tra gruppi etnici, almeno 3 morti

Pubblicato il 3 agosto 2021 alle 13:45 in Africa Gibuti

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Almeno 3 persone sono rimaste uccise durante rari episodi di violenza interetnica in Gibuti, a seguito dei quali è intervenuta la polizia. Lo ha riferito, lunedì 2 agosto, il pm Lamisse Mohamed Said, specificando che gli scontri, scoppiati domenica in diverse parti della capitale, hanno coinvolto il gruppo etnico Afar, che si trova a cavallo tra i confini di Gibuti, Etiopia ed Eritrea, e membri del gruppo Issa, l’altra maggiore etnia del Paese. 

“Ci sono stati diversi atti criminali estremamente gravi. Le case sono state incendiate intenzionalmente”, ha dichiarato Mohamed Said alla televisione pubblica, senza fornire nessuna specifica motivazione per le violenze. “Persone innocenti sono state attaccate gratuitamente”, ha aggiunto. Tre persone risultano morte. Non è chiaro, tuttavia, se i decessi siano avvenuti durante i combattimenti interetnici o dopo l’intervento della polizia.

Il ministro dell’Interno, Said Nouh Hassan, in un discorso televisivo trasmesso durante la notte, ha fatto riferimento a “eventi di nuova portata” che ha descritto come “intollerabili”. L’agenzia di stampa Agence France Presse ha specificato che alcuni residenti locali hanno parlato di una decina di morti. Secondo la testimonianza di un cittadino intervistato, il proprietario di un forno sarebbe stato “linciato da giovani Afar”. I residenti hanno aggiunto che le violenze sono iniziate nel distretto di Warabaley, dove sono state incendiate le case di alcuni membri del gruppo Issa, per poi estendersi ad altre aree. Daher, un imprenditore locale, ha riferito di aver visto i suoi vicini fuggire dalla loro casa, temendo che venisse data alle fiamme.

Le autorità hanno assicurato di aver riportato la calma nella giornata di lunedì, grazie alla presenza di un cospicuo contingente di forze di polizia rimasto a controllare alcune aree della capitale. La connessione a Internet, tuttavia, risulta irregolare e l’accesso a Facebook bloccato. Le piattaforme di social media del Gibuti erano state ampiamente usate durante simili scontri interetnici scoppiati a fine luglio nella vicina Etiopia. 

A seguito delle violenze di domenica, diverse persone sono state arrestate, secondo quanto specificato dal pubblico ministero. “Stiamo adottando misure ferree contro coloro che seminano questi problemi e crimini nel nostro Paese”, ha detto Mohamed Said. 

Collocato vicino alla Somalia e di fronte allo Yemen, il Gibuti è rimasto uno dei pochi Paesi stabili in una regione altamente instabile. Questo fattore è stato un elemento di attrazione per un gran numero di potenze militari straniere, come Francia, Stati Uniti e Cina, che possiedono proprie basi sul territorio. Tuttavia, a livello interno, il Paese ha gradualmente assistito ad una crescente erosione delle libertà di stampa e ad un giro di vite sul dissenso. Il presidente Ismail Omar Guelleh e i suoi seguaci controllano la nazione con il pugno di ferro dal 1999. Una rara ondata di proteste nel 2020, guidata dall’opposizione, è stata brutalmente repressa.

L’economia del paese è diminuita dell’1% nel 2020, ma, secondo il Fondo monetario internazionale, dovrebbe crescere del 7% quest’anno. Il prodotto interno lordo pro capite del Gibuti è di circa 3.500 dollari, il più alto in gran parte dell’Africa sub-sahariana, ma circa il 20% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà e il 26% è disoccupato, secondo i dati della Banca Mondiale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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