Siria, Daraa: nessun accordo definitivo, ma la Russia garantisce la tregua

Pubblicato il 2 agosto 2021 alle 10:32 in Medio Oriente Siria

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Un accordo preliminare, raggiunto con la mediazione di Mosca, ha portato tregua nella regione di Daraa, nel Sud della Siria. Tuttavia, il rischio di ulteriori tensioni non è scongiurato.

Come racconta il quotidiano al-Araby al-Jadeed, tra il 31 luglio e il primo agosto, Daraa ha assistito a una calma apparente, dopo una violenta escalation, scoppiata il 29 luglio, durante la quale hanno perso la vita almeno 15 civili. Le tensioni riguardano il governo di Damasco, legato al presidente siriano Bashar al-Assad, e i gruppi locali, i quali rifiutano il dispiegamento di forze damascene all’interno del governatorato e lo sfollamento di alcuni abitanti, ex combattenti dei gruppi di opposizione.

Stando a quanto riferito da fonti locali, il primo agosto, un membro della polizia militare russa, responsabile del dossier meridionale, Assad Allah, ha incontrato delegati del Comitato centrale di Daraa. Sebbene non sia stato concluso alcun accordo definitivo, durante i colloqui è stata raggiunta una “intesa preliminare”, in base alla quale è stato stabilito di porre fine a qualsiasi operazione militare nella regione. Al momento, spiegano le fonti, l’ostacolo principale è rappresentato dal rifiuto dei notabili di Daraa di consegnare propri cittadini al governo siriano, mentre Damasco insiste nel voler trasferire altrove ex combattenti ribelli. Il funzionario russo si è impegnato a incontrare, nelle prossime ore, esponenti del governo siriano, riportando loro le richieste dei notabili di Daraa.

Nonostante la fase di relativa tregua, l’esercito siriano ha inviato circa 200 soldati nella regione meridionale, muniti di armi leggere e di medio calibro. Questi si sono diretti, in particolare, verso la città di Jassim, tra le località teatro delle tensioni dell’ultima settimana. Parallelamente, fonti locali hanno riferito ad al-Jazeera, il primo agosto, che le forze damascene hanno arrestato decine di famiglie a Est della città di Daraa, confiscandone i cellullari e impedendo loro di lasciare le proprie abitazioni. Inoltre, a detta delle medesime fonti, due giovani sarebbero stati giustiziati e le famiglie di Daraa hanno lanciato appelli alle organizzazioni umanitarie, chiedendo di essere trasferite in luoghi più sicuri. Non da ultimo, non sono mancati scontri sul campo e bombardamenti tra l’esercito siriano e i gruppi armati locali.

Di fronte a tale scenario, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Geir Otto Pedersen, ha invitato le parti coinvolte alla calma, affermando di essere preoccupato per quanto accade nel Sud-Ovest siriano. La recente escalation, ha dichiarato Pedersen, mette in luce la necessità di raggiungere un cessate il fuoco a livello nazionale, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Già il 25 luglio, delegati del governo siriano e membri del Comitato centrale di Daraa, avevano raggiunto un accordo volto a evitare, secondo i notabili locali, “spargimenti di sangue”. Oltre a stabilire la formazione di un comitato congiunto per favorire il reinsediamento di circa 135 giovani e ricercati residenti nella zona, gli abitanti di Daraa hanno accettato di consegnare le armi individuali richieste dall’esercito siriano, in cambio della fine delle “operazioni provocatorie” di Damasco. Inoltre, è stata concordata la riapertura dei valichi chiusi nelle settimane precedenti, e il divieto per le forze di Assad di schierarsi in alcuni punti della regione, tra cui Daraa al-Balad.

L’accordo è giunto dopo che, per circa 28 giorni, le forze filogovernative hanno assediato l’area di Daraa al-Balad, impedendo l’ingresso di soccorsi e aiuti umanitari, destinati a circa 11.000 famiglie. Si trattava di una “misura punitiva” derivante dal rifiuto della popolazione di questi quartieri di partecipare alle ultime elezioni presidenziali. Secondo alcuni, obiettivo del governo siriano era convincere la popolazione di Daraa a consegnare le armi, sia pesanti sia leggere, in loro possesso, al fine ultimo di scongiurare nuove ondate di mobilitazione. In cambio, Damasco aveva riferito che avrebbe ritirato le “commissioni armate locali” ad essa affiliate. L’intesa, però, non ha portato ai risultati auspicati e le parti coinvolte hanno continuato a tenere negoziati, mentre circa 10.000 civili sono stati costretti a sfollare verso aree “più sicure”.  

Poi, il 29 luglio, la regione ha assistito a una violenta escalation, scoppiata quando le forze siriane, in contemporanea con un’offensiva via terra, hanno sparato colpi di artiglieria verso Daraa al-Balad, un distretto meridionale posto sotto il controllo di ex gruppi dell’opposizione. In risposta, uomini armati locali hanno lanciato un contrattacco nella periferia di Daraa, e sono riusciti a conquistare diverse postazioni delle forze filogovernative e a catturare oltre 40 soldati. Per Damasco, la propria operazione militare mirava a contrastare quei “terroristi” che hanno ostacolato un “accordo di riconciliazione”.

L’area di Daraa è nota per essere stata la culla della rivoluzione in Siria, che ha avuto inizio il 15 marzo 2011 ed è tuttora in corso. In particolare, è qui che alcuni giovani ribelli avevano scritto su un muro uno dei primi slogan antiregime, tra cui “È il tuo turno, dottore”, con riferimento al presidente siriano Assad. Risale al mese di luglio 2017 l’accordo per il cessate il fuoco a Daraa, Quneitra e Suweida, in cui parteciparono anche Stati Uniti, Russia e Giordania. Combattenti e famiglie locali hanno poi evacuato l’area nel mese di luglio 2018, dopo settimane di violenti bombardamenti, seguiti da un accordo di resa con il regime siriano e la Russia. Al momento, secondo alcuni analisti, Damasco starebbe provando a compromettere l’accordo del 2018, nel tentativo di “imporre un fatto compiuto”.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione