Myanmar: la giunta militare promette elezioni entro il 2023

Pubblicato il 1 agosto 2021 alle 11:14 in Asia Myanmar

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Il capo della giunta militare birmana, Min Aung Hlaing, ha nuovamente promesso “elezioni multipartitiche” e ha dichiarato che il proprio governo è disposto a collaborare con qualsiasi inviato speciale nominato dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN).

Le dichiarazioni, rilasciate nel corso di un discorso televisivo, sono giunte domenica primo agosto, dopo esattamente sei mesi dal colpo di Stato che, il primo febbraio, ha portato l’esercito del Myanmar a prendere il potere, dichiarando lo stato di emergenza per un anno. “Adempiremo alle disposizioni dello stato di emergenza entro agosto 2023” ha affermato Hlaing, ribadendo il proprio impegno a tenere elezioni multipartitiche. Tuttavia, tale annuncio lascia intendere che il Myanmar continuerà a essere sotto il controllo dell’esercito per un anno in più rispetto a quanto annunciato in precedenza, sebbene l’intero Paese risulti essere “stabile, ad eccezione di alcuni attacchi terroristici”, a detta del leader militare.

Min Aung Hlaing ha poi affermato che collaborerà con colui che verrà nominato dall’ASEAN, i cui membri, provenienti da Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam, si prevede si incontreranno il 2 agosto per designare un inviato speciale, il cui compito sarà porre fine alle violenze in Myanmar e aprire canali di dialogo tra la giunta militare e gli oppositori. Infine, il leader ha ribadito il proprio impegno a ristabilire democrazia, attraverso un’associazione basata sul federalismo. Anche in tal caso, però, non sono stati forniti dettagli su eventuali termini temporali.

La nomina di un inviato speciale è uno dei cinque punti concordati al vertice regionale di Jakarta, svoltosi il 24 aprile, al quale aveva partecipato anche Min Aung Hlaing, nonostante l’obiezione degli oppositori secondo i quali il suo invito avrebbe legittimato la presa di potere militare. L’obiettivo è stato persuadere l’Alto generale a forgiare un percorso per porre fine alle perduranti violenze e alle azioni contro i civili. Al termine del meeting, era stato raggiunto un accordo volto a riportare tregua, avviare un dialogo tra le parti contendenti, fare in modo che quel dialogo fosse mediato dall’inviato speciale e consentire l’invio di aiuti umanitari. Di tutto ciò, però, non è ancora successo nulla.

La situazione di caos in Myanmar ha avuto inizio il primo febbraio scorso, data in cui l’Esercito ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di spicco del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese dell’8 novembre 2020, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi. A tal proposito, il 26 luglio, la giunta militare al potere ha annullato i risultati delle elezioni, considerate nè libere nè eque, mentre vi sarebbero stati oltre 11 milioni di casi di frode elettorale.

Dall’insediamento dei militari alla guida del Paese, il Myanmar ha assistito a frequenti proteste, volte a richiedere il ripristino della democrazia, ma queste sono sfociate in violenza, considerato il crescente utilizzo della forza, da parte dell’esercito, per reprimere le forme di dissenso. Il gruppo di attivisti dell’Associazione di assistenza ai prigionieri politici ha accusato le forze armate di aver ucciso 939 persone, mentre almeno 6.990 oppositori militari sono stati arrestati. La giunta, dal canto suo, ha affermato che il numero di manifestanti uccisi è di gran lunga inferiore e che anche membri delle forze armate sono morti nel corso dell’ondata di violenze. Inoltre, la risposta dell’esercito sarebbe stata in linea con le norme internazionali, e mirava a far fronte alle minacce alla sicurezza nazionale.

Non da ultimo, nel corso degli ultimi mesi, l’Esercito ha ripreso a combattere contro diverse milizie etniche presenti da decenni in Myanmar, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. Ciò ha provocato ondate di sfollamento, facendo temere la dispersione di centinaia di migliaia di individui oltre ai confini birmani.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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