Sudan: scontri tribali provocano almeno 20 morti

Pubblicato il 31 luglio 2021 alle 11:42 in Africa Sudan

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Almeno 20 individui hanno perso la vita a seguito di violenti scontri tribali scoppiati nel Sudan occidentale, nello Stato del Kordofan.

La notizia è stata riportata il 30 luglio, ma fa riferimento a episodi verificatisi il giorno precedente, il 29 luglio, vicino alla città di al-Nahoud, situata a 560 chilometri a Ovest della capitale Khartum. Gli scontri hanno visto protagoniste le tribù arabe Hamar e Misseriya, e, secondo un testimone oculare, Ahmed Amad, sono stati provocati da una disputa su un terreno agricolo. Un altro testimone, Hamdan Mohammed, ha riferito di aver visto i cadaveri delle vittime e decine di feriti essere trasportati verso l’ospedale locale, mentre le tensioni sono proseguite fino alla mattina del giorno successivo.

Gli scontri di natura etnica e tribale scuotono spesso la sicurezza interna del Paese africano, provocando talvolta numerose vittime. Le dispute riguardano perlopiù la proprietà di terreni e risorse idriche o diritti di pascolo, e spesso scoppiano nelle regioni remote del Sudan, caratterizzate da siccità e desertificazione. Le tensioni sono divenute più letali nel corso dei circa trent’anni di governo legato all’ex presidente Omar al- Bashir, quando minoranze etniche hanno spesso richiesto la fine di quelle pratiche di emarginazione messe in atto da un governo a maggioranza araba. Porre fine ai conflitti tra tribù è uno degli obiettivi cardine del governo transitorio del Sudan, con a capo il primo ministro Abdalla Hamdok. Quest’ultimo, al potere dalla caduta dell’ex presidente sudanese al-Bashir, deposto a seguito di proteste popolari e grazie all’intervento delle forze armate, l’11 aprile 2019, presiede un governo misto, composto da elementi civili e militari. Hamdok ha prestato giuramento il 21 agosto 2019 come leader del nuovo governo, e da allora si è impegnato per riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura.

Il governo di transizione ha firmato accordi di pace con la maggior parte dei gruppi ribelli del Sudan ancora attivi, con l’obiettivo di porre fine alle perduranti tensioni. In tale quadro si colloca l’intesa firmata il 3 ottobre 2020, la quale ha riguardato una serie di questioni spinose quali la proprietà delle terre, risarcimenti e compensi in materia di ricchezza e condivisione del potere, così come il ritorno dei rifugiati e degli sfollati interni del Paese. Le ex forze ribelli si sono impegnate a deporre le armi, ma decenni di conflitto hanno lasciato la vasta regione occidentale divisa da aspre rivalità. Le questioni chiave includono ancora la proprietà della terra e l’accesso all’acqua. Solo due gruppi sudanesi si sono rifiutati di firmare l’accordo, inclusa la potente fazione ribelle del Movimento di liberazione del popolo sudanese-Nord, guidata da Abdelazizi al-Hilu.

Nonostante l’accordo, le tensioni continuano. Attualmente, in aree remote del Sudan, come quella del Darfur, la maggior parte delle persone vive in campi per sfollati e rifugiati. In più, le dispute interne rimangono irrisolte perché le milizie arabe sono ancora presenti e hanno il controllo sulle terre che sono riuscite a sequestrare. A tal proposito, tra il 5 e il 6 giugno, almeno 36 persone sono state uccise in scontri tra le tribù al-Taisha e Fallata, nel Darfur del Sud. Ad aprile, invece, scontri tra tribù arabe e Massalit hanno provocato la morte di 132 persone nel Darfur occidentale. In tale quadro, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha stimato, a inizio anno, che gli scontri tribali nella regione del Darfur avrebbero ucciso almeno 250 persone e sfollato più di 100.000 abitanti dall’inizio di gennaio.

Ad accompagnare una fragile sicurezza interna, in Sudan vi è un crescente malcontento popolare, dimostrato dalle proteste del mese scorso. Il 30 giugno, centinaia di manifestanti sono scesi in piazza a Khartoum, per chiedere le dimissioni del governo di transizione dopo una serie di controverse riforme economiche. Il malcontento per le misure, sostenute dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), è cresciuto con il taglio dei sussidi a benzina e diesel, che ne ha fatto raddoppiare il prezzo. Sebbene l’esecutivo sudanese abbia compiuto una serie di passi avanti per cercare di rilanciare l’economia, alcune iniziative rischiano di impoverire ulteriormente le aree più fragili del Paese, il che ha alimentato la rabbia di molti dei manifestanti pro-democrazia che avevano guidato la rivolta popolare contro al-Bashir, due anni fa.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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