Palestina: dodicenne ucciso in Cisgiordania da soldati israeliani

Pubblicato il 29 luglio 2021 alle 9:08 in Israele Palestina

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Le truppe israeliane hanno sparato ad un ragazzino palestinese di 12 anni, che viaggiava in macchina con il padre nella Cisgiordania occupata, ferendolo a morte. Mohammed al-Alami si trovava nella città di Beit Omar, a Nord-Ovest di Hebron, quando è stato colpito al petto dagli spari dei soldati, ha riferito una dichiarazione del Ministero della Salute palestinese. Nasri Sabarneh, sindaco della città, ha specificato che il padre del ragazzo stava viaggiando con i suoi due figli quando Mohammed gli avrebbe chiesto di fermarsi in un negozio per comprare qualcosa. L’uomo ha quindi fatto un’inversione a U e le truppe israeliane, situate nelle vicinanze, hanno iniziato ad urlargli di fermarsi, finchè uno dei soldati non ha aperto il fuoco contro il veicolo, colpendo mortalmente il ragazzo. Sabarneh, che ha detto di conoscere la famiglia, ha affermato che il padre e la figlia sono rimasti illesi nell’incidente. L’esercito israeliano sta indagando sulla vicenda e non ha rilasciato commenti immediati.

È il secondo giovane palestinese nel giro di qualche giorno a morire per le ferite causate dagli spari dei soldati israeliani. Sabato 24 luglio, Mohammed Munir al-Tamimi, un palestinese di 17 anni, è rimasto ucciso in seguito agli scontri avvenuti il giorno prima nel villaggio di Beita. Centinaia di palestinesi si erano radunati venerdì pomeriggio nel luogo, un punto caldo negli ultimi mesi, per protestare contro l’insediamento di decine di famiglie israeliane nell’avamposto di Evyatar. Gli abitanti locali chiamano la loro protesta Irbak al Layli, di solito tradotta come “confusione notturna”, mentre per l’esercito israeliano si tratta di “rivolte violente”. Secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese, dall’inizio di maggio, i soldati israeliani hanno ucciso almeno quattro persone e ne hanno ferite circa 320, a causa dell’impiego di munizioni vere nel corso degli scontri. Le proteste hanno avuto inizio quando decine di famiglie israeliane si sono stabilite presso Monte Sabih, iniziando a costruire l’avamposto di Evyatar. Poi, il 30 giugno, a seguito di un accordo con il governo di Israele, guidato dal premier Naftali Bennett, i “coloni” israeliani sono stati costretti ad evacuare. Tuttavia, le tensioni non sono mai del tutto cessate e i negoziati sembrano essere ancora in corso.

La possibile espropriazione delle terre a Evyatar ha minacciato i mezzi di sussistenza di almeno 17 famiglie palestinesi, pari a più di 100 persone, che dipendono dalla raccolta delle loro olive su terreni che possiedono da generazioni. Ad oggi, nell’area continuano ad esservi abitazioni rudimentali, una base militare e una scuola religiosa appartenenti ai coloni, e che si prevede rimarranno fino a quando il Ministero della Difesa israeliano stabilirà se tali territori potranno essere considerati di proprietà statale o meno. Da parte sua, il sindaco di Beita ha rifiutato l’accordo del 30 giugno, affermando, il 22 luglio, che scontri e proteste continueranno fino a quando non saranno andati via tutti gli israeliani.

Nella serata di martedì 27 luglio, anche un uomo palestinese di 41 anni era stato ucciso vicino a Beita. La vittima si chiamava Shadi Omar Lotfi Salim e lavorava come tecnico per la gestione delle risorse idriche nella città. Le Forze di Difesa israeliana (IDF) hanno confermato l’uccisione, dichiarando che un proprio soldato avrebbe sparato contro il palestinese, avvicinatosi all’avamposto con aria minacciosa e tenendo in mano ciò che sembrava essere una sbarra di ferro. Secondo quanto raccontato da un soldato delle IDF, un comandante israeliano ha sparato contro Shadi dopo che questo continuava ad avvicinarsi verso di loro, nonostante le forze di Israele avessero precedentemente sparato in aria come segnale di avvertimento. Stando a quanto riportato invece da fonti mediatiche arabe, Shadi sarebbe stato colpito all’entrata di Beita, mentre sventolava una bandiera vicino a un posto di blocco presidiato da soldati israeliani. “È stato ucciso a sangue freddo”, ha dichiarato il vicesindaco della città, Mussa Hamayel, il quale ha affermato che la vittima stava ritornando da lavoro quando è stato ucciso e che, al momento dell’uccisione, non vi erano proteste in corso. 

Gli episodi giungono mentre la tregua a Gaza, concordata il 21 maggio scorso, sembra ancora reggere. Questa ha posto fine a tensioni scoppiate il 10 maggio, che hanno visto protagonisti Israele e gruppi palestinesi, Hamas in primis. L’origine delle tensioni può essere fatta risalire agli sfratti ordinati presso Sheikh Jarrah, un quartiere residenziale situato a meno di un chilometro dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme, che Israele ritiene appartenga alla comunità ebraica.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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