Italia-Tunisia: colloquio telefonico Di Maio-Jerandi

Pubblicato il 29 luglio 2021 alle 16:56 in Italia Tunisia

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Il ministro degli Affari Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo tunisino, Othman Jerandi, giovedì 29 luglio. Il capo della Farnesina ha espresso la sua preoccupazione per la situazione nel Paese, ha richiamato al rispetto della Costituzione e dello stato di diritto ed ha confermato l’impegno dell’Italia e dell’Unione Europea per la stabilità politica ed economica della nazione e per il contrasto alla pandemia.

Prima di lui, sulla situazione nel Paese nordafricano, si era espressa la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, intervenuta durante un question time alla Camera dei Deputati, mercoledì 28 luglio. Dopo aver assicurato di star mantenendo stretti contatti diretti con le autorità tunisine, la ministra aveva dichiarato che avrebbe lavorato per la prevenzione ed il contrasto dei flussi migratori irregolari, soprattutto in un momento così delicato. “Gli ultimi avvenimenti e la grave crisi politica in Tunisia dimostrano l’estrema fragilità degli assetti istituzionali nordafricani e quindi l’oggettiva difficoltà di porre a regime misure efficaci di contenimento che possono essere perseguite solo con il consenso e la piena collaborazione tecnica dei governi di quei Paesi”, aveva detto nell’aula di Palazzo Montecitorio, a Roma. Lamorgese aveva poi ricordato di aver portato avanti, in più occasioni, diverse iniziative con le autorità tunisine per aumentare la collaborazione bilaterale nel contrasto all’immigrazione clandestina, con uno scambio di informazioni diretto e dedicato e piani di allertamento e prevenzione delle partenze. 

La crisi politica in Tunisia ha toccato il suo punto più alto domenica 25 luglio, quando il presidente, Kais Saied, ha sollevato il primo ministro, Hichem Mechichi, dal suo incarico, sospeso le attività del Parlamento per un periodo di 30 giorni e privato i deputati della loro immunità parlamentare. Fino alla formazione di un nuovo governo, il capo di Stato manterrà tutta l’autorità esecutiva. Nella giornata di lunedì 26 luglio, il capo di stato ha altresì licenziato i ministri della Difesa e della Giustizia, decidendo di assumere anche i poteri giudiziari. I principali gruppi della società civile hanno messo in guardia contro qualsiasi estensione “illegittima” dei 30 giorni di sospensione del Parlamento e hanno chiesto, in una dichiarazione congiunta, una tempistica per l’azione politica. Saied ha affermato che le sue azioni sono giustificate dalla Costituzione, che consente al presidente di adottare misure eccezionali non specificate in caso di “minaccia imminente”. La sua mossa, tuttavia, ha scatenato accese proteste in tutto il Paese. In generale, la popolazione tunisina sembra essere divisa tra chi sostiene Saied, accogliendo con entusiasmo la caduta del governo, e chi invece appoggia il partito islamista Ennahda e il suo leader, Rachid Ghannouchi.  Di fronte a tale scenario, sono stati diversi i Paesi, Italia inclusa, che hanno espresso preoccupazione, e che hanno rivolto un appello alle istituzioni tunisine affinché venga garantito il rispetto della Costituzione e dello stato di diritto. Da parte sua, il premier Mechichi, nelle prime dichiarazioni dopo essere stato estromesso, ha affermato che è pronto a trasferire i poteri alla persona che verrà incaricata da Saied, nel rispetto delle leggi dello Stato. 

Ennahda, primo partito nella coalizione di governo, ha definito la mossa di Saied un “colpo di stato” e ha esortato la presidenza a indire nuove elezioni legislative e presidenziali, mettendo in guardia contro qualsiasi ritardo che verrebbe considerato “un pretesto per mantenere in piedi un regime autocratico”. Noureddine Bhiri, leader del blocco parlamentare di Ennahda, ha affermato: “Nessuno, esperti di diritto costituzionale, deputati, partiti politici, società civile, nessuno dubita che queste decisioni siano un colpo di stato contro la Costituzione e una palese violazione dell’articolo 80”. Saied, da parte sua, ha riferito, in più occasioni, che le sue decisioni, volte a “salvare lo Stato e il popolo tunisino”, sono in linea con la Costituzione e rimarranno in vigore fino a quando lo Stato e le istituzioni saranno in pericolo. Nella giornata di mercoledì 28 luglio, il presidente ha altresì rimosso dal suo incarico il capo della stazione televisiva nazionale, Mohamed al-Dahach, nominando un sostituto temporaneo, al fine di, secondo quanto riferito dal suo ufficio, proteggere la libertà di parola.

Nei 10 anni da quando la rivoluzione popolare tunisina ha rovesciato il presidente Zine El Abidine Ben Ali, la Tunisia ha avuto nove governi. Alcuni sono durati solo mesi, rendendo difficile l’approvazione di riforme necessarie a rilanciare l’economia in difficoltà e i servizi pubblici inefficienti. Insieme all’instabilità politica, il Paese è da tempo in preda ad una grave crisi economica, che ha alimentato il malcontento della popolazione e a cui, di recente, si è aggiunta una cattiva gestione della pandemia. La disoccupazione in Tunisia risulta essere superiore al 15% e raggiunge picchi del 30% in alcune città. Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, un terzo dei giovani tunisini è senza lavoro, mentre un quinto della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Ad aver peggiorato ulteriormente la situazione economica tunisina vi sono state, nel corso del 2020, la pandemia di Coronavirus e la minaccia terroristica. Due fenomeni che hanno colpito un settore essenziale per la Tunisia, il turismo, che rappresenta circa l’8% del PIL nazionale ed è una fonte chiave di valuta estera.

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Chiara Gentili

di Redazione

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