Iraq: razzi colpiscono la Green Zone di Baghdad

Pubblicato il 29 luglio 2021 alle 11:48 in Iraq USA e Canada

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Due razzi hanno colpito la Green Zone di Baghdad, giovedì 29 luglio, senza provocare vittime. Lo hanno riferito fonti di sicurezza irachene, specificando che l’attacco sarebbe partito da un quartiere, a maggioranza sciita, situato nella parte orientale della capitale. Stando alle prime rivelazioni, sembrerebbe che i razzi fossero indirizzati verso l’ambasciata degli Stati Uniti. Tuttavia, il primo è atterrato in un parcheggio all’interno della Green Zone, mentre il secondo ha colpito un’area desolata nelle vicinanze. La cosiddetta “Zona Verde” è un’area fortificata della capitale irahcena, sede di istituzioni governative e verie ambasciate, tra cui quella degli USA. 

L’attacco arriva due giorni dopo che il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, hanno siglato un accordo, lunedì 26 luglio, per chiudere formalmente la missione di combattimento statunitense in Iraq entro la fine del 2021. Washington e Baghdad continueranno comunque a cooperare. L’annuncio è giunto a margine dell’ultimo round del cosiddetto “dialogo strategico”, avviato dal premier di Baghdad a seguito della sua nomina, il 7 maggio 2020, con l’obiettivo di definire il ruolo degli Stati Uniti in Iraq e discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra le due parti. Il fine ultimo è creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci. Il focus dei colloqui del 26 luglio è stato rappresentato dal ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq, dopo circa 18 anni dal loro arrivo nel Paese mediorientale, risalente a marzo 2003. Al momento, sono circa 2.500 i soldati degli USA stanziati nelle basi irachene, impegnati a contrastare il terrorismo all’interno della coalizione internazionale anti-ISIS a guida statunitense.

Biden ha parlato di cambiamento della missione. In particolare, Washington si è detta disposta a continuare a “formare, assistere e aiutare” le forze irachene per far fronte alla minaccia terroristica, posta soprattutto dallo Stato Islamico. Ad ogni modo, come specificato dal capo della Casa Bianca, entro la fine dell’anno, le truppe statunitensi non saranno più impegnate in una “missione di combattimento”, bensì queste presteranno assistenza nell’ambito della consulenza militare, dell’addestramento, del supporto logistico e dell’intelligence. Al contempo, il presidente statunitense ha affermato che il proprio Paese sosterrà l’Iraq nel “rafforzamento” della sua democrazia, aiutando Baghdad a proseguire il cammino verso le elezioni programmate per il 10 ottobre. 

A differenza della decisione di ritirare tutte le truppe USA dall’Afghanistan, la fine della missione di combattimento in Iraq arriva su sollecitazione degli iracheni stessi, i quali temono che il proprio Paese possa divenire un terreno di scontro tra Washington e Teheran. Dall’inizio del 2021, hanno avuto luogo più di 47 attacchi che hanno tentato di colpire obiettivi statunitensi nel territorio iracheno. I diplomatici e le truppe USA in Iraq e Siria sono stati presi di mira almeno 3 volte con razzi e droni all’inizio di luglio. Per Washington la responsabilità è da attribuirsi a gruppi filoiraniani, tra cui le Brigate di Hezbollah. In realtà, è da ottobre 2019 che le basi e le strutture statunitensi in Iraq sono state oggetto di attacchi, il che ha portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento anche alle Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. L’apice delle tensioni è stato raggiunto con la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vicecomandante delle Forze di mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio 2020 a seguito di un raid ordinato dall’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Gli eventi di dicembre 2019 e gennaio 2020 erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio 2020, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. Tuttavia, il 30 gennaio dello stesso anno, l’esercito iracheno aveva riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico erano state riavviate. Successivamente, il 7 aprile scorso, Washington e Baghdad avevano iniziato a discutere della fine della missione di combattimento statunitense, al fine di garantire “un ritorno alla normalità in Iraq”. In tale occasione, al-Kadhimi ha affermato che, dall’inizio del suo mandato, il 7 maggio 2020, circa il 60% delle truppe della coalizione internazionale anti-ISIS ha abbandonato il Paese.

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Chiara Gentili

di Redazione

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