Etiopia: proteste per il rilascio dei rifugiati eritrei intrappolati nel Tigray

Pubblicato il 29 luglio 2021 alle 16:04 in Eritrea Etiopia

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Centinaia di eritrei hanno protestato, giovedì 29 luglio, nella capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, chiedendo all’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) di liberare amici e familiari che si ritiene siano intrappolati in due campi profughi, nella regione del Tigray, a causa dei combattimenti tra governo e ribelli. Gli scontri si sono intensificati dentro e intorno ai campi di Mai Aini e Adi Harush negli ultimi giorni e 2 rifugiati sono stati uccisi questo mese, secondo quanto reso noto dall’UNHCR martedì 27 luglio. L’agenzia delle Nazioni Unite ha dichiarato che l’accesso ai campi è bloccato dal 14 luglio.

L’ONU si è detta allarmata per i 24.000 rifugiati eritrei che risiedono nei campi profughi del Tigray, specificando che sono stati tagliati fuori dagli aiuti umanitari e che potrebbero rimanere senza cibo e acqua potabile. Anche gli Stati Uniti si sono detti profondamente preoccupati per gli attacchi che sono stati segnalati contro i rifugiati eritrei nella regione etiope del Tigray. Lo ha detto, martedì, una portavoce del Dipartimento di Stato USA, Jalina Porter, chiedendo che le intimidazioni e le offensive cessino. 

“Abbiamo bisogno dell’UNHCR per spostare i rifugiati dal campo perché l’area è una zona di guerra”, ha detto Hermon Hailu, 22 anni, un rifugiato eritreo che partecipa alla protesta nella capitale. Il ragazzo ha poi riferito all’agenzia di stampa Reuters di essere seriamente preoccupato per la madre, che è attualmente trattenuta nel campo di Mai Aini e che no riesce a contattare telefonicamente da settimane. Durante le proteste, i manifestanti hanno fatto sventolare striscioni con la scritta “Proteggete i diritti dei rifugiati eritrei”. Nel frattempo, l’agenzia dell’ONU ha fatto sapere, martedì, di essere riuscita a trasferire circa 100 rifugiati dai due siti e di essere in trattativa con le autorità del Tigray per garantire un passaggio sicuro fuori dai campi per gli altri residenti intrappolati.

I leader tigrini hanno affermato che continueranno a combattere fino a quando non riprenderanno il controllo del territorio conteso nel Sud e nell’Ovest della regione, sequestrato durante i combattimenti con gli alleati governativi nella regione di Amhara. Domenica 25 luglio, il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha affermato che l’esercito era pronto a sconfiggere le forze ribelli. Le milizie di Amhara hanno sostenuto i militari del governo centrale fin dall’inizio del conflitto. Di recente, altre regioni hanno dichiarato che invieranno forze a sostegno delle truppe governative. Tra queste, la regione dei Somali, quella di Benishangul-Gumuz, di Gambella e di Harari.

La guerra tra i ribelli del Tigray e il governo centrale di Addis Abeba è iniziata nel novembre del 2020. Finora, migliaia di persone sono morte nel conflitto. Circa 2 milioni di abitanti sono stati costretti ad abbandonare le proprie case e più di 5 milioni fanno affidamento su aiuti alimentari di emergenza. A fine giugno, i ribelli hanno ripreso la capitale regionale, Mekelle, e la maggior parte del Tigray, dopo che il governo ha ritirato i soldati e dichiarato un cessate il fuoco unilaterale. La ricaduta della guerra in un’altra parte della seconda nazione più popolosa dell’Africa potrebbe aumentare la pressione sul primo ministro etiope, Abiy Ahmed.

Per comprendere come è nato il conflitto civile in Etiopia, va ricordato che, il 4 novembre 2020, l’esercito etiope ha lanciato un’offensiva in risposta a presunti attacchi delle forze regionali contro le basi del governo federale. Delle aggressioni è stato incolpato il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, il quale è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario del Popolo etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che il primo ministro Abiy Ahmed salisse al potere, il 2 aprile 2018. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Si stima che migliaia di persone, combattenti e non, siano state uccise da quando il conflitto è iniziato. Questo nonostante la comunità internazionale abbia chiesto più volte l’immediata fine degli scontri, la riduzione dell’escalation, il dialogo e l’accesso umanitario.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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