La Libia potrebbe ritornare al “punto di partenza”

Pubblicato il 28 luglio 2021 alle 11:06 in Africa Libia

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Il presidente della Camera dei Rappresentanti libica, Aguila Saleh, ha affermato che, nel caso in cui le elezioni di dicembre vengano rimandate, la Libia rischia di ritornare al “punto di partenza”, ovvero a una situazione simile a quella che ha portato alla crisi del 2011.

Le parole di Saleh sono giunte nel corso di un’intervista con Reuters, riportata da diversi quotidiani in lingua araba, tra cui al-Jazeera e al-Wasat. Saleh, a capo dell’organismo legislativo con sede a Tobruk, ha affermato che, in caso di mancate elezioni, il rischio è che venga nuovamente autoproclamato un governo rivale parallelo nell’Est libico e che, in generale, il Paese Nord-africano assista a una nuova fase di instabilità.

Le dichiarazioni di Saleh trovano giustificazione nell’incertezza che circonda il cammino verso le elezioni legislative e, presumibilmente, presidenziali, previste per il 24 dicembre prossimo. I dubbi, evidenziati nel corso delle diverse sessioni del Forum di dialogo politico, derivano anche dalla mancanza di una base costituzionale, che si spera possa essere trovata entro il primo agosto. Tra i punti al centro delle discussioni vi è la modalità di elezione del presidente, ovvero se attraverso il Parlamento o tramite il voto diretto della popolazione, oltre ai poteri da conferire al futuro capo di Stato. Un’altra questione riguarda l’organizzazione di un referendum costituzionale. A tal proposito, vi è chi spinge per tenere tale referendum prima del voto di dicembre e chi, invece, crede che sia più opportuno organizzare dapprima le elezioni, sulla base di una norma costituzionale temporanea. 

Ad ogni modo, le elezioni di dicembre, laddove svolte, rappresenterebbero il culmine della fase di transizione democratica che la Libia sta vivendo, e un modo per garantire stabilità. Motivo per cui, sin dalla sua formazione, il Governo di Unità Nazionale (GNU) sta profondendo sforzi per garantire lo svolgimento del percorso elettorale, oltre che per riunificare le istituzioni libiche. Per Saleh, però, il GNU non è ancora riuscito nella propria missione e tale esecutivo, che avrebbe dovuto riunire il precedente Governo di Accordo Nazionale (GNA), con base a Tripoli, e l’esecutivo parallelo di Torbruk, è diventato il “governo di Tripoli”. Circa le elezioni di dicembre, il presidente parlamentare, riferendosi alla base costituzionale, ha affermato che non vi è bisogno di ulteriori incontri del Forum di dialogo politico, in quanto esiste già una dichiarazione costituzionale, non “negoziabile”.

Altro punto toccato da Saleh è il bilancio generale unitario per il 2021, che, sebbene siano passati sette mesi dall’inizio dell’anno fiscale non è stato ancora approvato dalla Camera dei Rappresentanti libica. A tal proposito, il presidente parlamentare ha chiarito che la cifra del bilancio proposto dal governo, pari a 100 miliardi di dinari, è troppo elevata e, per essere approvato, il bilancio non dovrebbe superate gli 80 miliardi.  

Non da ultimo, Saleh ha fatto riferimento alla perdurante presenza di forze e mercenari stranieri. Secondo quanto stabilito nell’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020, questi avrebbero dovuto abbandonare il Paese entro 90 giorni dalla firma dell’intesa, ma, ad oggi, ciò non è ancora avvenuto e non sembrano esservi particolari misure a riguardo. “È il presidente l’unico a decidere sulla questione di forze e mercenari stranieri nel Paese”, ha dichiarato Saleh, aggiungendo che, al momento, vi sono difficoltà anche nell’unificazione dell’apparato militare, proprio a causa di ingerenze straniere. In dichiarazioni rilasciate ad altri media libici, riportate da al-Arabiya, era stato lo stesso Saleh ad affermare che la Turchia continua a inviare armi e mercenari in Libia, ritenendo il proprio comportamento legittimato dagli accordi raggiunti con il precedente governo tripolino guidato da Fayez al-Sarraj.

Quanto accaduto in Libia prima il 5 febbraio, con la nomina delle nuove autorità esecutive da parte del Forum di dialogo politico, e poi il 10 marzo, con il voto di fiducia al governo ad interim, ha rappresentato un momento “storico” per il Paese Nordafricano, che, dal 15 febbraio 2011, è stato teatro di una perdurante crisi e di una lunga guerra civile. Ad aver dato nuovo impulso al percorso politico vi è stato l’accordo di cessate il fuoco, siglato a Ginevra il 23 ottobre 2020 nel quadro del Comitato militare congiunto 5+5, formato da delegati delle due parti belligeranti, il GNA e l’Esercito Nazionale Libico (LNA). Prima di tale data, in Libia convivevano, ad Ovest, un governo riconosciuto a livello internazionale, il GNA, istituito con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e ad Est, un esecutivo parallelo, mai approvato dalla comunità internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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