Cisgiordania: morto un palestinese a Beita

Pubblicato il 28 luglio 2021 alle 15:47 in Israele Palestina

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Un uomo palestinese è rimasto ucciso a Beita, cittadina situata in Cisgiordania, a circa 13 chilometri a Sud-Est di Nabulus. L’area è testimone da mesi di violente proteste, scoppiate dopo che decine di famiglie israeliane hanno iniziato a stabilirsi nell’avamposto di Evyatar.

Secondo quanto riferito dal Ministero della Salute palestinese, la vittima, Shadi Omar Lotfi Salim, è rimasta uccisa nella sera del 27 luglio, a seguito degli spari delle forze israeliane. Le Forze di Difesa israeliana (IDF) hanno confermato quanto accaduto, dichiarando che un proprio soldato ha sparato contro un uomo palestinese, avvicinatosi all’avamposto con aria minacciosa, tenendo in mano ciò che sembrava essere una sbarra di ferro. Secondo quanto raccontato da un soldato delle IDF, un comandante israeliano ha sparato contro Shadi dopo che questo continuava ad avvicinarsi verso di loro, nonostante le forze di Israele avessero precedentemente sparato in aria come segnale di avvertimento.

Stando a quanto riportato da fonti mediatiche arabe, Shadi è stato sparato all’entrata di Beita, mentre sventolava una bandiera a un posto di blocco presidiato da soldati israeliani. “È stato ucciso a sangue freddo”, ha dichiarato il vicesindaco di Beita, Mussa Hamayel, il quale ha affermato che la vittima stava ritornando da lavoro quando è stato sparato e che, al momento dell’uccisione, non vi erano proteste in corso. L’agenzia di stampa palestinese Maan ha poi parlato di un’imboscata, presumibilmente tesa dalle forze israeliane a un incrocio di Beita. A seguito dell’uccisione di Omar, sono scoppiate violente proteste, che, secondo i dati della Mezzaluna Rossa Palestinese, hanno provocato circa 106 feriti.

Salim lavorava come tecnico per la gestione delle risorse idriche e rappresenta il settimo palestinese ucciso dal mese di marzo, nella cornice delle proteste contro l’insediamento di Givat Evyatar. Gli abitanti locali chiamano la loro protesta Irbak al Layli, di solito tradotta come “confusione notturna”, mentre per l’esercito israeliano si tratta di “rivolte violente”. Secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese, dall’inizio di maggio, i soldati israeliani hanno ucciso almeno quattro persone e ne hanno ferite decine, a causa dell’impiego di munizioni vere nel corso degli scontri. Le manifestazioni hanno avuto inizio quando decine di famiglie israeliane si sono stabilite presso Monte Sabih, iniziando a costruire l’avamposto di Evyatar. Poi, il 30 giugno, a seguito di un accordo con il governo di Israele, guidato dal premier Naftali Bennett, i “coloni” israeliani sono stati costretti ad evacuare. Tuttavia, le tensioni non sono mai del tutto cessate e i negoziati sembrano essere ancora in corso.

La possibile espropriazione delle terre a Evyatar ha minacciato i mezzi di sussistenza di almeno 17 famiglie palestinesi, pari a più di 100 persone, che dipendono dalla raccolta delle loro olive su terreni che possiedono da generazioni. Ad oggi, nell’area continuano ad esservi abitazioni rudimentali, una base militare e una scuola religiosa appartenenti ai coloni, e che si prevede rimarranno fino a quando il Ministero della Difesa israeliano stabilirà se tali territori potranno essere considerati di proprietà statale o meno. Da parte sua, il sindaco di Beita ha rifiutato l’accordo del 30 giugno, affermando, il 22 luglio, che scontri e proteste continueranno fino a quando non saranno andati via tutti gli israeliani.

L’episodio del 27 luglio giunge mentre la tregua a Gaza, concordata il 21 maggio scorso, sembra ancora reggere. Questa ha posto fine a tensioni scoppiate il 10 maggio, che hanno visto protagonisti Israele e gruppi palestinesi, Hamas in primis. L’origine delle tensioni può essere fatta risalire agli sfratti ordinati presso Sheikh Jarrah, un quartiere residenziale situato a meno di un chilometro dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme, che Israele ritiene appartenga alla comunità ebraica.

Sebbene la questione vada avanti dal 1956, risale al 2 maggio l’inizio delle tensioni, dopo che la Corte Suprema Israeliana ha ordinato a quattro famiglie, composte da 30 adulti e 10 bambini, di abbandonare le proprie abitazioni entro il 6 maggio, mentre ad altri nuclei familiari è stato concesso di rimanere fino al primo agosto prossimo. In totale sono 58 gli abitanti, di cui 17 minori, costretti ad evacuare, presumibilmente per dare maggiore spazio a un insediamento israeliano. A detta di un’organizzazione no profit, Ir-Amin, almeno 150 famiglie nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan hanno ricevuto avvisi di sfratto negli anni e si trovano in varie fasi di un lungo processo legale. Circa 1.000 palestinesi rischiano di essere sfollati.

È proprio a partire dalle proteste di Sheikh Jarrah, allargatesi presso altri luoghi di Gerusalemme, tra cui la moschea di al-Aqsa, che si è giunti alla violenta escalation del 10 maggio. Tuttavia, anche nelle settimane successive, non sono mancati episodi di tensione.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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