Iraq: la missione di combattimento degli USA terminerà entro fine 2021

Pubblicato il 27 luglio 2021 alle 8:36 in Iraq USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, hanno siglato un accordo con cui è stato stabilito che la missione di combattimento statunitense in Iraq terminerà entro la fine del 2021. Washington e Baghdad continueranno comunque a cooperare.

L’annuncio è giunto il 26 luglio, a margine dell’ultimo round del cosiddetto “dialogo strategico”, avviato dal premier di Baghdad a seguito della sua nomina, il 7 maggio 2020, con l’obiettivo di definire il ruolo degli Stati Uniti in Iraq e discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra le due parti. Il fine ultimo è creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci. Il focus dei colloqui del 26 luglio è stato rappresentato dal ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq, dopo circa 18 anni dal loro arrivo nel Paese mediorientale, risalente a marzo 2003. Al momento, sono circa 2.500 i soldati degli USA stanziati nelle basi irachene, impegnati a contrastare il terrorismo all’interno della coalizione internazionale anti-ISIS a guida statunitense.

Biden, rivolgendosi ai giornalisti giunti nello Studio Ovale, il 26 luglio, ha parlato di cambiamento della missione. In particolare, Washington si è detta disposta a continuare a “formare, assistere e aiutare” le forze irachene per far fronte alla minaccia terroristica, posta soprattutto dallo Stato Islamico. Ad ogni modo, come specificato dal capo della Casa Bianca, entro la fine dell’anno, le truppe statunitensi non saranno più impegnate in una “missione di combattimento”, bensì queste presteranno assistenza nell’ambito della consulenza militare, dell’addestramento, del supporto logistico e dell’intelligence. Al contempo, il presidente statunitense ha affermato che il proprio Paese sosterrà l’Iraq nel “rafforzamento” della sua democrazia, aiutando Baghdad a proseguire il cammino verso le elezioni programmate per il 10 ottobre. “Siamo anche impegnati nella cooperazione in materia di sicurezza e nella nostra lotta condivisa contro l’ISIS”, ha poi dichiarato Joe Biden, evidenziando come ciò sia fondamentale per la stabilità della regione.

Al-Kadhimi, dal canto suo, ha accolto con favore l’annuncio di Biden e, soprattutto, la volontà di Washington di continuare a collaborare con Baghdad. A detta del premier iracheno, il partenariato tra i due Paesi “è strategico e la relazione bilaterale è più forte che mai”. Tale legame, è stato specificato, riguarda molteplici ambiti, tra cui quello sanitario e culturale. A tal proposito, gli USA si sono impegnati a fornire all’Iraq 500.000 dosi del vaccino anti-Covid Pfizer/BioNTech, nel quadro del programma COVAX, mentre stanzieranno 5.2 milioni di dollari per finanziare una missione delle Nazioni Unite volta a monitorare le elezioni irachene di ottobre. Era stato lo stesso premier a dichiarare, alla vigilia della visita a Washington, che il suo Paese non ha più bisogno delle forze di combattimento statunitensi per combattere l’ISIS, ma che Baghdad avrebbe continuato a chiedere assistenza nell’ambito dell’intelligence e dell’addestramento. “Non c’è bisogno di alcuna forza combattente straniera sul suolo iracheno”, sono state le parole di al-Kadhimi.

A differenza della decisione di Biden di ritirare tutte le truppe degli USA dall’Afghanistan, la fine della missione di combattimento in Iraq arriva su sollecitazione degli iracheni stessi, i quali temono che il proprio Paese possa divenire un terreno di scontro tra Washington e Teheran. Dall’inizio del 2021, hanno avuto luogo più di 40 attacchi che hanno preso di mira obiettivi statunitensi nel territorio iracheno. In realtà, è da ottobre 2019 che le basi e le strutture statunitensi in Iraq sono state oggetto di attacchi, il che ha portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento anche alle Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. L’apice delle tensioni è stato raggiunto con la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vicecomandante delle Forze di mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio 2020 a seguito di un raid ordinato dall’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Gli eventi di dicembre 2019 e gennaio 2020 erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio 2020, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. Tuttavia, il 30 gennaio dello stesso anno, l’esercito iracheno aveva riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico erano state riavviate. Successivamente, il 7 aprile scorso, Washington e Baghdad avevano iniziato a discutere della fine della missione di combattimento statunitense, al fine di garantire “un ritorno alla normalità in Iraq”. In tale occasione, al-Kadhimi ha affermato che, dall’inizio del suo mandato, il 7 maggio 2020, circa il 60% delle truppe della coalizione internazionale anti-ISIS ha abbandonato il Paese.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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