Bosnia ed Erzegovina: serbo-bosniaci minacciano boicottaggio delle istituzioni

Pubblicato il 27 luglio 2021 alle 10:33 in Balcani Europa

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I rappresentanti serbo-bosniaci hanno annunciato il boicottaggio delle principali istituzioni della Bosnia ed Erzegovina, dopo essersi indignati per la decisione dell’Alto rappresentante, Valentin Inzko, di vietare la negazione del genocidio di Srebrenica in base ad emendamenti al diritto penale bosniaco. Il diplomatico austriaco, che svolge il ruolo di Alto rappresentante delle Nazioni Unite in Bosnia, detenendo anche una serie di poteri esecutivi, ha preso la decisione il 23 luglio, imponendo questi cambiamenti alla legislazione del Paese balcanico per contrastare i tentativi dei serbo-bosniaci di negare che a Srebrenica, nel luglio del 1995, ci sia stato un genocidio, come riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia. 

Sebbene l’Alto rappresentante disponga del potere di approvare leggi o destituire funzionari eletti, in passato queste prerogative sono state raramente utilizzate. La decisione di Inzko ha pertanto indignato i politici serbi, che tendono a minimizzare i crimini di guerra commessi in passato. Branislav Borenovic, uno dei leader dell’opposizione nella Republika Srpska, l’entità serbo-bosniaca, ha annunciato il boicottaggio delle istituzioni, lunedì 26 luglio, durante una conferenza stampa. “Da domani, i rappresentanti politici serbi non parteciperanno più ai lavori delle istituzioni comuni della Bosnia ed Erzegovina e non prenderanno alcuna decisione fino a quando questo problema non sarà risolto”, ha detto Borenovic davanti ai giornalisti. Nello specifico, i rappresentanti serbi boicotteranno la presidenza congiunta bosniaca, il parlamento e il governo, bloccando di fatto le attività delle istituzioni centrali, che dipendono dall’approvazione dei rappresentanti di tutte e tre le etnie. Milorad Dodik, membro serbo della presidenza congiunta bosniaca, ha addirittura minacciato la “disgregazione” del Paese balcanico.

La disputa arriva in un momento particolarmente delicato, poiché Inzko, dopo 12 anni in carica, si prepara a trasferire le sue funzioni, dal primo agosto, al tedesco Christian Schmidt. “L’Alto rappresentante che arriva non ha legittimità”, ha dichiarato anche il serbo Dodik. Mirko Sarovic, presidente del principale partito di opposizione serbo, SDS, ha ribadito: “Non accetteremo mai più alcuna decisione dell’Alto rappresentante”. E ha aggiunto: “I Parlamenti della Bosnia sono gli unici luoghi in cui si svolge il processo decisionale”.

Gli emendamenti al diritto penale del Paese avanzati da Inzko introducono pene detentive fino a cinque anni per i negazionisti del genocidio e per qualsiasi glorificazione dei responsabili dei crimini di guerra, compresa l’inaugurazione di strade o istituzioni pubbliche a loro nome. L’Alto rappresentante, nello specifico, ha stabilito pene detentive per chi “condona pubblicamente, nega, banalizza grossolanamente o cerca di giustificare” il genocidio o i crimini di guerra commessi durante il conflitto armato in Bosnia tra il 1992 e il 1995. “Il genocidio a Srebrenica, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità non devono essere dimenticati o negati”, si legge nel decreto. In qualità di massimo organismo internazionale che sovrintende all’attuazione dell’accordo di pace che ha posto fine alla guerra in Bosnia, l’Alto rappresentante ha l’autorità di imporre decisioni o licenziare funzionari che minano l’equilibrio etnico del dopoguerra e gli sforzi di riconciliazione tra i bosgnacchi, per lo più musulmani, i serbo-bosniaci e i croati. Gli emendamenti, seppur contestati dai leader serbi del Paese, sono stati accolti con favore dai politici bosniaci e dai parenti delle vittime.

L’ambasciata degli Stati Uniti in Bosnia ha affermato, il 23 luglio, che “la negazione del genocidio e la glorificazione dei crimini di guerra sono inaccettabili e minano la fiducia reciproca”. La mossa di Inzko rappresenta, per i diplomatici statunitensi nel Paese, “un punto di partenza per un dibattito più concreto e per nuovi passi da parte degli attori locali per arrivare all’attuazione pratica”. “Dobbiamo sottolineare che il genocidio di Srebrenica non è una questione di dibattito, ma un fatto storico”, afferma il comunicato, aggiungendo: “È tempo di volgersi veramente a un futuro basato sulla pace e sulla fiducia reciproca”.

Il genocidio di Srebrenica ebbe luogo nel luglio 1995, pochi mesi prima della fine della guerra, quando le forze serbe rastrellarono e uccisero più di 8.000 uomini e ragazzi bosniaci musulmani  dopo aver catturato la città. I loro resti furono gettati in fosse comuni che sono state successivamente scavate e riempite di nuovo, spesso numerose volte, per cercare di nascondere i crimini. Il massacro è stato considerato genocidio da vari verdetti sia del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia sia della Corte internazionale di giustizia. I leader serbi in Bosnia e in Serbia, tuttavia, negano in gran parte che il massacro equivalga a genocidio, definendolo invece un “grande crimine”. I serbi bosniaci continuano anche a onorare il loro leader, in tempo di guerra, Radovan Karadzic e il comandante militare, Ratko Mladic, considerandoli eroi, sebbene entrambi siano stati condannati all’ergastolo per genocidio. A seguito dell’accordo di pace di Dayton, firmato nel dicembre 1995, la Bosnia è stata divisa in due entità, la Republika Srpska, a guida serba, e l’entità della Federazione croata-bosniaca. Dal 1992 al 1995 si è consumato in Bosnia un conflitto armato internazionale che ha causato la morte di circa 100.000 persone.

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Chiara Gentili

di Redazione

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