Tunisia: la situazione peggiora, presa d’assalto la sede di al-Jazeera

Pubblicato il 26 luglio 2021 alle 15:25 in Africa Tunisia

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Dopo l’annuncio del presidente tunisino, Kais Saied, di estromettere il primo ministro, Hichem Mechichi, e di sospendere le attività del Parlamento, sono scoppiati violenti scontri nella capitale, nei pressi della sede parlamentare. Non da ultimo, gli uffici di al-Jazeera a Tunisi sono stati presi d’assalto dalle forze di polizia locali.

Secondo quanto riportato dalla rete televisiva satellitare con sede in Qatar, circa 20 agenti della sicurezza, in borghese, sono entrati nella sede locale di al-Jazeera, invitando giornalisti e impiegati ad abbandonare l’edificio. Come affermato dal direttore della sede di Tunisi, Lotfi Hajji, non era stato dato loro alcun preavviso circa il possibile sgombero, mentre le forze di sicurezza hanno affermato di aver agito sulla base delle istruzioni della magistratura tunisina. I giornalisti hanno poi dichiarato che gli agenti di sicurezza hanno ordinato loro di spegnere i cellulari e che non è stato consentito di ritornare indietro per recuperare gli effetti personali. Non da ultimo, le loro attrezzature sarebbero state sequestrate. A seguito dell’episodio, Reporters sans frontières (RSF) ha condannato quanto accaduto e il relativo coinvolgimento dei media “in conflitti politici”.

L’assalto alla sede di al-Jazeera è avvenuto in concomitanza ai violenti scontri scoppiati nei pressi della sede del Parlamento. La situazione di caos e disordine fa seguito alla decisione di Saied, annunciata nella sera del 25 luglio, circa il licenziamento di Mechichi e l’interruzione delle attività parlamentari per 30 giorni. Tale decisione, a sua volta, è conseguenza di una giornata di proteste che, il 25 luglio, ha visto migliaia di tunisini scendere per le strade del Paese per protestare contro un quadro economico, oltre che politico, in continuo deterioramento, ulteriormente esacerbato dalla pandemia di Covid-19. Quest’ultima ha poi messo in luce la fragilità di un sistema sanitario, che, per la popolazione, è vittima di anni di cattiva gestione.  

Dopo l’annuncio di Saied, nella mattina del 26 luglio, l’esercito tunisino ha impedito al presidente del Parlamento e ai membri della Camera dei rappresentanti di entrare nella sede parlamentare, informandoli di avere avuto l’ordine di chiudere la sede. Il presidente dell’organo legislativo, Rachid Ghannouchi, ha denunciato lo schieramento delle truppe tunisine al fine di attuare le decisioni di Saied, considerate una violazione della Costituzione tunisina e dei principi della rivoluzione. “La Costituzione non consente lo scioglimento del Parlamento, ma permette la sospensione dei suoi lavori”, ha invece affermato Saied, citando l’articolo 80 che consente tale misura in caso di “pericolo imminente”.

Dal canto suo, Ghannouchi ha esortato gli ufficiali dell’esercito ad unirsi alla popolazione per salvaguardare la libertà conquistata con la rivoluzione, mentre tutti i blocchi parlamentari sono stati invitati a difendere l’organo legislativo e la Costituzione della Tunisia. “Le istituzioni sono ancora al loro posto, i sostenitori di Ennahda e il popolo tunisino difenderanno la rivoluzione”, ha poi dichiarato Ghannouchi. Per gli esponenti di Ennahda, partito tunisino di orientamento islamista moderato, che attualmente detiene la maggioranza dei seggi in Parlamento, quello che è successo è “un colpo di Stato contro la legittimità”.

Secondo alcuni, gli eventi delle ultime ore costituiscono la peggiore crisi verificatasi nel Paese Nord-africano dall’estate 2013, quando le tensioni rischiarono di rovesciare la democrazia tunisina. Parallelamente, si tratta di una delle maggiori sfide alla Costituzione stessa, adottata nel 2014, con la quale sono stati definiti i poteri del capo di Stato, del primo ministro e del presidente del Parlamento, mentre è stata stabilita la condivisione del potere esecutivo tra il presidente della Repubblica e il capo del governo. A tal proposito, Saied, il 25 luglio, ha riferito che, per il momento, ricoprirà la carica di primo ministro, in collaborazione con un nuovo governo e un premier che verrà nominato dal presidente stesso.

Gli episodi del 25 e 26 luglio rappresentano l’apice di una crisi in corso da mesi e che vede contrapposti i capi dei tre poteri, Saied, Mechichi e Ghannouchi. L’esecutivo tunisino si è trovato in una situazione di stallo dopo che Kais Saied si è rifiutato di accogliere nel proprio palazzo presidenziale undici dei nuovi ministri scelti da Mechichi nel quadro di un rimpasto di governo. Dal 26 gennaio, questi aspettano di prestare giuramento dopo che Saied, oltre ad aver definito il rimpasto “incostituzionale” da un punto di vista procedurale, si è opposto alla nomina di quattro tra i ministri scelti, in quanto accusati di corruzione o al centro di un conflitto di interessi. Ai sensi della Costituzione tunisina, però, fino a quando i ministri non presteranno giuramento non potranno svolgere i compiti a loro affidati, né tantomeno approvare le misure e le riforme di cui necessita il Paese. Al momento, non è chiaro cosa potrebbe accadere. Le controversie costituzionali dovrebbero essere giudicate da una Corte costituzionale, la quale, a sette anni dalla ratifica della Costituzione, non è stata ancora istituita.

Nel frattempo, tra i primi Paesi che hanno commentato gli eventi in Tunisia vi è stata la Turchia, il cui presidente, Recep Tayyip Erdogan, si è spesso posto come un sostenitore di Ennahda, al pari di altri movimenti islamisti in Medio Oriente. “Respingiamo la sospensione del processo democratico” ha scritto, il 26 luglio, il consigliere di Erdogan, Ibrahim Kalin, sul proprio account Twitter, aggiungendo: “Condanniamo le iniziative che mancano di legittimità costituzionale e di sostegno popolare”.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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