Etiopia: residenti di Amhara chiamati a combattere contro le forze del Tigray

Pubblicato il 26 luglio 2021 alle 9:15 in Africa Etiopia

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Le autorità della regione etiope di Amhara hanno invitato tutti i residenti a prendere le armi e mobilitarsi per la battaglia contro le forze ribelli del Tigray, definendola una “campagna di sopravvivenza”. Le due regioni sono coinvolte in una disputa decennale sui diritti di proprietà della terra, ma, di recente, le loro divergenze sono esplose nel contesto del conflitto civile, scoppiato nel novembre 2020, tra il governo centrale e le forze tigrine.

La dichiarazione, rilasciata domenica 25 luglio, dal presidente regionale di Amhara, Agegnehu Teshager, fa eco a una chiamata simile rivolta, venerdì 23 luglio, dal presidente della regione etiope di Afar, appena a Est del Tigray. Insieme, i due appelli evidenziano la pericolosa escalation del conflitto, nonostante la guerra sia stata dichiarata quasi finita mesi fa e sia stato introdotto un cessate il fuoco del governo centrale il mese scorso. “A partire da lunedì, invito tutte le persone maggiorenni armate a livello governativo o privato a mobilitarsi per una campagna di sopravvivenza”, ha detto Agegnehu. “Abbiamo invitato il pubblico in generale a stare dalla nostra parte. Ora, il pubblico è dalla nostra parte in ogni aspetto”, ha aggiunto, concludendo: “Il sostegno che stiamo ricevendo dai civili della regione è travolgente. Ne siamo orgogliosi». L’appello alla mobilitazione di massa è arrivato quando un portavoce del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (TPLF), il partito che controlla il Tigray, ha affermato di aver conquistato la città di Adi Arkay, ad Amhara.

Nei giorni scorsi, le forze tigrine si sono spinte nella vicina regione di Afar, a Est, dichiarando di voler prendere di mira le truppe regionali che combattono a fianco dell’esercito federale nella zona. Almeno 6 regioni e la città di Dire Dawa hanno espresso il loro supporto al governo e assicurato che avrebbero inviato uomini per sostenere le forze governative. Le forze del Tigray continuano a spingersi a Sud nel tentativo di ripristinare i confini prebellici della regione. Il portavoce dei ribelli tigrini, Getachew Reda, si è impegnato a “liberare ogni centimetro quadrato del Tigray”, comprese le sue porzioni occidentali e meridionali, occupate dalle forze di Amhara dall’inizio della guerra. Il Tigray occidentale è una zona contestata e attualmente controllata dalle forze di Amhara, secondo le quali quella terra apparterrebbe di diritto a loro.

La guerra tra i ribelli del Tigray e il governo centrale di Addis Abeba è iniziata nel novembre del 2020. Finora, migliaia di persone sono morte nel conflitto. Circa 2 milioni di abitanti sono stati costretti ad abbandonare le proprie case e più di 5 milioni fanno affidamento su aiuti alimentari di emergenza. A fine giugno, i ribelli hanno ripreso la capitale regionale, Mekelle, e la maggior parte del Tigray, dopo che il governo ha ritirato i soldati e dichiarato un cessate il fuoco unilaterale. La ricaduta della guerra in un’altra parte della seconda nazione più popolosa dell’Africa potrebbe aumentare la pressione sul primo ministro etiope, Abiy Ahmed.

Per comprendere come è nato il conflitto civile in Etiopia, va ricordato che, il 4 novembre 2020, l’esercito etiope ha lanciato un’offensiva in risposta a presunti attacchi delle forze regionali contro le basi del governo federale. Delle aggressioni è stato incolpato il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, il quale è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario del Popolo etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che il primo ministro Abiy Ahmed salisse al potere, il 2 aprile 2018. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Si stima che migliaia di persone, combattenti e non, siano state uccise da quando il conflitto è iniziato. Questo nonostante la comunità internazionale abbia chiesto più volte l’immediata fine degli scontri, la riduzione dell’escalation, il dialogo e l’accesso umanitario.

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Chiara Gentili

di Redazione

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