Azerbaigian-Armenia: 13 prigionieri armeni condannati a 6 anni

Pubblicato il 26 luglio 2021 alle 18:54 in Armenia Azerbaigian

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Il Tribunale dell’Azerbaigian ha condannato a sei anni di carcere 13 membri delle forze armate armene che erano stati incarcerati lo scorso dicembre. Gli uomini sono stati giudicati “colpevoli” per aver attraversato, da armati, il confine tra i due Paesi belligeranti.

L’identità dei processati è stata rivelata dall’agenzia di stampa Sputnik Azerbaigian, il 22 luglio. Si tratta di Rafik Karapetyan, Gurgen Goloyan, Hrayr Tadevosyan, Vagharshak Maloyan, Sasun Yeghizaryan, Arsen Vardanyan, Vakhagen Bahrikyan, Setrak Soghomonyan, Arman Dilanyan, Manuk Martoyan, Melnes Andmbardikan e Felik Fengardyan. Dopo aver scontato la pena di 6 anni, gli accusati saranno espulsi dal Paese, stando alla decisione del Tribunale per crimini gravi di Baku. Il medesimo giovedì, il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha tenuto colloqui telefonici con il presidente russo, Vladimir Putin. In tale occasione, il premier di Erevan ha ribadito l’importanza di garantire il rimpatrio ai restanti prigionieri di guerra ancora in territorio azero. 

È al dicembre 2020 che risale la detenzione di circa 60 soldati armeni. Questi ultimi erano stati accusati di aver attraversato illegalmente il confine tra i due Paesi, fino ad occupare alcune postazioni nella parte Nord-Occidentale di Badrut, un insediamento nella regione di Khojavend. L’arresto di massa è giunto un mese dopo l’accordo di pace del 9 novembre 2020. Sebbene alcuni dei prigionieri siano stati liberati, ad altrettanti non è stata concessa l’estradizione in Armenia.

L’accordo di pace, tra le altre disposizioni, prevedeva il rilascio immediato di tutti i prigionieri di guerra da ambo le parti. L’Azerbaigian, però, è proprio sugli armeni detenuti dopo la firma dell’armistizio che si è concentrato, affermando che l’obbligo di rilascio previsto dall’accordo non si applicava ai militari detenuti successivamente. 

Gli ultimi sviluppi si collocano nel quadro delle perduranti tensioni tra Baku e Erevan. I due Paesi, oltre che scontrarsi verbalmente perché non in grado di raggiungere un ulteriore accordo di compromesso per la sovranità di alcuni territori, si sono anche confrontati militarmente. L’ultimo episodio di violenza si è verificato un giorno dopo la condanna dei 13 prigionieri. Il 23 luglio gli scontri sono culminati con la morte di un soldato azero. Dall’altra parte, tre militari armeni hanno riportato gravi ferite.

La decennale disputa territoriale sorge dal fatto che i due Paesi, servendosi di mappe sovietiche diverse, rivendicano la sovranità delle zone di confine. Nonostante l’accordo di pace, la tensione tra le parti è tornata a salire a partire dal 12 maggio, quando l’Armenia ha accusato l’Azerbaigian di aver dispiegato le proprie truppe lungo il confine, entrando di 3,5 km nel territorio di Erevan. Baku sostiene che l’avanzata era finalizzata alla demarcazione dei confini mentre l’Armenia ha accusato l’Azerbaigian di essersi servito del “preteso” per varcare la linea di contatto. A seguito delle ripetute violazioni, l’Armenia ha richiesto l’intervento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un’alleanza militare per la sicurezza regionale capeggiata dalla Russia, per avviare consultazioni incentrate sulle aree contese. 

È importante ricordare che, sebbene i disordini siano aumentati nel mese di maggio, gli scontri erano già scoppiati in precedenza, nel settembre 2020. Sulla base del trattato di pace del novembre 2020, l’Armenia ha ceduto il controllo sull’area del Nagorno-Karabakh e su tutti i sette distretti limitrofi all’Azerbaigian, i quali, dagli anni ‘90, erano stati occupati dalle forze armene. Nello specifico, Baku e Erevan si contendono il Nagorno-Karabakh dal febbraio 1988, quando la regione, a maggioranza armena, ha annunciato la sua secessione dalla Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaigian. Durante il conflitto armato del 1991-94, l’Azerbaigian ha perso il controllo del Nagorno-Karabakh e di sette regioni adiacenti. Dal 1992 sono in corso negoziati per una soluzione pacifica del conflitto nel quadro del Gruppo Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) di Minsk, guidato da tre copresidenti, Russia, Stati Uniti e Francia.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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