Italia: proteste a Genova contro l’arrivo della nave saudita Bahri Jazan

Pubblicato il 24 luglio 2021 alle 10:07 in Arabia Saudita Italia

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Il Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali (CALP) e l’Unione Sindacale di Base (USB) della città ligure di Genova hanno protestato contro l’arrivo della Bahri Jazan, una nave della compagnia saudita Bahri sospettata di trasportare armamenti nello Yemen che, dal 2015, è teatro di una violenta guerra civile.

Il presidio è stato organizzato, giovedì 22 luglio, sotto Palazzo San Giorgio, sede dell’Autorità portuale di Genova. Lo scopo era quello di conoscere il carico della nave per verificare che fosse conforme alle norme di sicurezza dei lavoratori, nonché a quelle di diritto internazionale. Oltre a ciò, le associazioni hanno avviato l’azione di protesta per consegnare alle autorità portuali due lettere di richiesta. La prima riguarda il fatto che le navi, sospette di trasportare esplosivo, avrebbero rappresentato un “serio problema per la sicurezza dei lavoratori”. A spiegarlo è stato il sindacalista USB José Nivoi. Il contenuto della seconda lettera, invece, richiede “l’applicazione della legge 185 sul divieto di esportazione e vendita di armi”. Un altro manifestante presente al presidio, Riccardo Rodino, si è rivolto ai lavoratori del porto di Genova, spiegando che la lotta delle suddette organizzazioni non è solo “contro il traffico di armi” ma ha anche il fine di assicurare l’osservanza di “regole che garantiscano la sicurezza dei lavoratori”.

La legge 185 è stata approvata il 9 luglio 1990 e regolamenta il controllo dell’esportazione, dell’importazione e del transito di materiali di armamento. Successivamente, il 17 giugno 2003, sono state apportate modifiche aggiuntive. L’articolo chiave del regolamento è il primo, nel quale si vieta l’esportazione di armi verso “Paesi in stato di conflitto armato”, come lo Yemen, in questo caso. Nell’articolo si vieta anche l’esportazione di materiale bellico nel caso in cui possa “entrare in contrasto con la Costituzione, con gli impegni internazionali dell’Italia e con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato”. E ancora, nel caso in cui non siano presenti “adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali”.

Secondo quanto riferito dall’associazione The Weapon Watch, una ONG con sede a Genova che monitora le spedizioni di armi nei porti europei e del Mediterraneo, il primo tentativo di impedire il carico di munizioni e armamenti destinato alla guerra si è verificato nel maggio 2019 e riguardava una delle sei navi della Bahri, la Yanbu.

In Yemen, è in corso una guerra civile, descritta dall’Onu come la peggior crisi umanitaria al mondo, da quando i ribelli sciiti Houthi hanno iniziato a combattere per il controllo sulle regioni meridionali del Paese. Il 21 settembre 2014, sostenuti dal precedente regime del defunto presidente Ali Abdullah Saleh, gli Houthi avevano effettuato un colpo di Stato che aveva consentito loro di prendere il controllo delle istituzioni statali nella capitale Sana’a. Il presidente legittimo Hadi era stato inizialmente messo ai domiciliari presso la propria abitazione nella capitale e, dopo settimane, era riuscito a fuggire, recandosi dapprima ad Aden, attuale sede provvisoria del governo, e poi in Arabia Saudita, dove risiede tutt’ora.

Hadi è sostenuto da una coalizione di Stati guidata dall’Arabia Saudita, intervenuta nel conflitto in Yemen il 26 marzo 2015, ed è stato riconosciuto anche dalla comunità internazionale come legittimo leader del Paese. La coalizione a suo sostegno comprende l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan, il Bahrain, il Kuwait, il Qatar, l’Egitto, il Marocco, la Giordania e il Senegal. I ribelli sciiti Houthi sono sostenuti, invece, dall’Iran e dalle milizie libanesi filo-iraniane di Hezbollah.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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