Armenia-Azerbaigian: l’escalation continua, una vittima azera e tre feriti armeni

Pubblicato il 24 luglio 2021 alle 9:11 in Armenia Azerbaigian

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Nonostante la tregua del 9 novembre 2020, continuano le violazioni del cessate il fuoco lungo il confine azero-armeno. Secondo gli ultimi dati del Ministero della Difesa dell’Azerbaigian, gli scontri di venerdì 23 luglio hanno provocato la morte di un soldato azero. Dall’altra parte, il medesimo Dipartimento dell’Armenia ha reso noto che tre militari armeni sono rimasti gravemente feriti.

A riportare la notizia è stata l’agenzia di stampa russa TASS. Per Baku, capitale dell’Azerbaigian, le forze armate di Erevan hanno aperto il fuoco contro le postazioni azere nella regione del Kalbajar, a Ovest del Nagorno-Karabakh. La vittima è il soldato Gizir Farman Yagublu. In risposta, le unità armate di Baku hanno avviato azioni di “rappresaglia” per limitare l’avanzata dell’Armenia. Nella nota del Ministero della Difesa azera si legge che le recenti provocazioni di Erevan “contribuiscono ad aggravare la situazione lungo la linea di contatto tra i due Paesi”.

Nel frattempo, la suddetta agenzia di stampa ha riferito che i bombardamenti nella regione armena di Gegharkunik, lungo il confine Orientale con l’Azerbaigian, hanno provocato ferite non mortali a tre militari di Erevan. Il Ministero della Difesa dell’Armenia ha condannato “fermamente” la provocazione militare perpetrata dall’Azerbaigian, accusandolo di aver avviato per primo i combattimenti. “Tutta la responsabilità per l’aggravarsi della situazione ricade sui rappresentanti politico-militari dell’Azerbaigian”, ha riferito il comunicato riportato da TASS.

Gli ultimi sviluppi giungono quattro giorni dopo gli scontri del 20 luglio. In tale occasione, le autorità armene hanno accusato Baku di aver bombardato i propri insediamenti militari lungo il confine, provocando gravi ferite a un militare armeno. Dall’altra parte, le forze armate azere hanno annunciato che un soldato di Baku è stato gravemente ferito a causa degli scontri avviati da Erevan.

Mentre le autorità di Baku e Erevan stanno tentando di giungere ad un accordo per normalizzare il decennale conflitto, i combattimenti lungo le linee di contatto continuano ad inasprirsi. Sono numerosi gli attori internazionali impegnati nel ruolo di mediatori al fine di normalizzare l’ormai decennale conflitto transfrontaliero. Tra questi, è importante menzionare Stati Uniti, Francia, Russia, Turchia e Iran.  I tentativi di giungere a un ulteriore accordo di pace hanno portato, il 5 luglio e il 12 giugno, al rimpatrio di un totale di 30 prigionieri armeni. In cambio, Erevan ha ceduto alle autorità azere mappe in cui è indicata la posizione di quasi 200.000 mine nel Sud-Ovest dell’Azerbaigian. In ambo i casi, la mediazione di Stati Uniti e Georgia ha svolto un ruolo chiave e ha permesso alle parti belligeranti di trovare un punto d’incontro. 

La storica disputa territoriale sorge dal fatto che i due Paesi, servendosi di mappe sovietiche diverse, rivendicano la sovranità delle zone di confine. Le tensioni si sono acuite a partire dal 12 maggio, quando l’Armenia ha accusato l’Azerbaigian di aver dispiegato le proprie truppe lungo il confine, entrando di 3,5 km nel territorio di Erevan. Baku sostiene che l’avanzata era finalizzata alla demarcazione dei confini mentre Erevan ha accusato l’Azerbaigian di essersi servito di tale “preteso” per avanzare. A seguito delle ripetute violazioni, l’Armenia ha richiesto l’intervento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un’alleanza militare per la sicurezza regionale capeggiata dalla Russia, per avviare consultazioni incentrate sulle aree contese.

Successivamente, il 27 maggio, l’Azerbaigian ha incarcerato sei militari armeni mentre svolgevano lavori ingegneristici nella regione di Gegharkunik, area controllata dalle forze armate di Erevan. A detta dell’Armenia, i soldati presi in custodia non avrebbero violato il confine con l’Azerbaigian. Dall’altra parte, il Ministero della Difesa di Baku sostiene che i sei soldati, membri di un “gruppo di ricognizione e sabotaggio”, siano stati trattenuti perché avrebbero tentato di attraversare il confine azero-armeno in direzione dell’insediamento di Yukhary Ayrim, nella regione di Kelbajar.

La regione autonoma del Nagorno-Karabakh è contesa da decenni dall’Armenia e dall’Azerbaigian. Gli scontri, scoppiati il 27 settembre 2020, raggiunsero il culmine nel mese di ottobre dello stesso anno. Sulla base del trattato di pace del 9 novembre 2020, l’Armenia ha ceduto il controllo sull’area del Nagorno-Karabakh e su tutti i sette distretti limitrofi all’Azerbaigian, i quali, dagli anni ‘90, erano stati occupati dalle forze armene. Inoltre, tra le altre disposizioni, l’intesa prevedeva il rilascio immediato di tutti i prigionieri di guerra da ambo le parti. L’Azerbaigian, però, è proprio sugli armeni catturati dopo la firma dell’armistizio che si è concentrato, affermando che l’obbligo di rilascio previsto dall’armistizio non può applicarsi a questi ultimi. Tale aspetto rimane uno dei punti critici ancora irrisolti tra Baku e Erevan.

La Repubblica dell’Artsakh, ovvero il territorio del Nagorno-Karabakh, ha un’importanza notevole in virtù della sua posizione, strategica soprattutto per il controllo dei gasdotti e oleodotti che vi transitano e forniscono idrocarburi per il mercato russo e turco. È anche importante ricordare che, sullo sfondo delle rivendicazioni territoriali azero-armene, un ruolo cruciale è da associare agli interessi della Turchia, che ha sostenuto militarmente l’Azerbaigian, e della Russia, alleata dell’Armenia.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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