La visita del presidente cinese in Tibet

Pubblicato il 23 luglio 2021 alle 20:31 in Cina Tibet

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Il 21 e il 22 luglio, il presidente cinese, Xi Jinping, si è recato per la prima volta in visita ufficiale in Tibet, un evento che non si verificava da tre decenni, e ha esortato i tibetani a “seguire il partito”. 

La notizia è stata riferita dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, citata da Reuters, il 23 luglio. Xi Jinping è arrivato in aereo nella città di Nyingchi, il 21 luglio, e ha preso un treno per la capitale tibetana, Lhasa, il giorno seguente. Arrivato in città, il presidente cinese ha visitato un monastero e la piazza del Palazzo del Potala, e ha “ispezionato il lavoro della religione etnica” e la protezione del patrimonio culturale tibetano, secondo l’agenzia di stampa cinese. Il palazzo è la tradizionale dimora del leader spirituale del buddismo tibetano, il Dalai Lama, che è in esilio ed è stato bollato quale “pericoloso separatista” da Pechino.

La rete televisiva di Stato CCTV ha mostrato una donna tibetana che si asciugava le lacrime mentre si univa a una folla di persone vestite in costume tradizionale che applaudivano con entusiasmo per dare il benvenuto a Xi Jinping. Il presidente cinese ha incaricato i funzionari provinciali locali di lavorare per far sì che le persone in Tibet si identifichino maggiormente con la “grande patria, il popolo cinese, la cultura cinese, il Partito comunista cinese e il socialismo con caratteristiche cinesi”, secondo Xinhua. Xi ha anche sottolineato che solo quando le persone “seguono il partito” si può realizzare il “ringiovanimento della nazione cinese”. Il viaggio di un rappresentate di Pechino in Tibet mostra la fiducia del Partito Comunista Cinese al potere, che è certo di aver ristabilito l’ordine e ottenuto sostegno nella regione. 

Dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, il primo ottobre 1949, Pechino prese il controllo sulla regione del Tibet nel 1951, a conclusione di quella che è stata definita la “liberazione pacifica” della regione himalayana dal feudalesimo, avviata nel 1950. Negli anni successivi, si verificarono varie forme di rivolta e resistenza contro il dominio della Cina, guidata allora da Mao Zedong. Nel 1959, la popolazione locale cercò di sollevarsi contro il governo di Pechino per liberare la regione ma il movimento fu represso dall’Esercito di Liberazione Popolare (EPL), spingendo il Dalai Lama, l’allora leader politico e spirituale del buddismo tibetano, a rifugiarsi in India da dove svolge ancora la sua funzione spirituale ma non politica.

La Cina non riconosce il governo tibetano in esilio e, dal 2010, non ha più intrapreso dialoghi con i rappresentanti del Dali Lama, il quale è stato accusato di cercare di separare il Tibet dalla Cina. Da parte sua, il leader buddista ha respinto tali accuse ed è stato sostenuto dal governo tibetano in esilio. Ad oggi, per Pechino, il Tibet è una regione autonoma della Cina e il 29 agosto 2020, Xi Jinping aveva annunciato la strategia generale del Partito comunista cinese (PCC) per governare il Tibet nei prossimi cinque anni, sottolineando i successi raggiunti dalla leadership cinese dal 2015 al 2020. 

Alcuni gruppi umanitari, però, sostengono che Pechino stia intraprendendo un’opera di repressione della cultura locale, della religione buddista e dell’identità minoritaria tibetana. Al contempo, l’accesso al territorio della regione sarebbe stato negli anni limitato da Pechino, rilasciando raramente permessi per visitare la regione e sottoponendo i visitatori a rigide regole. Da parte sua, il nuovo leader dell’Amministrazione Centrale Tibetana (CTA), ovvero il governo tibetano in esilio, Penpa Tsering, ha promesso che farà del suo meglio per rilanciare il dialogo con la Cina, durante un’intervista con Associated Press, pubblicata il 17 giugno. Secondo Tsering, il miglior punto di partenza per il rilancio del dialogo potrebbe essere una visita in Tibet del Dalai Lama, che, al momento, vive in esilio in India, a Dharmsala, dove ha sede anche il governo tibetano. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione