Israele-Palestina: l’Onu pronta a indagare sulle violazioni di maggio

Pubblicato il 23 luglio 2021 alle 11:31 in Israele Palestina

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Un’ex Alta commissaria per i diritti umani, Navi Pillay, altresì giudice della Corte penale internazionale, è stata nominata membro della nuova commissione permanente volta a indagare sulle presunte violazioni commesse in Israele, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania prima e dopo il 13 aprile 2021.

La decisione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è giunta il 22 luglio, a circa due mesi di distanza dalla tregua che ha posto fine alla violenta escalation che ha visto protagonisti Israele e i gruppi palestinesi, Hamas in primis, scoppiata il 10 maggio. Navi Pillay, un’ex giudice sudafricano, ha ricoperto l’incarico di Alta commissaria dal 2008 al 2014, mentre attualmente è giudice presso il tribunale della Corte internazionale, dove sta indagando sulle accuse di genocidio in Myanmar. Gli altri membri della commissione sono Miloon Kothari, un architetto indiano, esperto di diritti abitativi, e Chris Sidoti, di nazionalità australiana, che ha fatto parte di gruppi di indagine sugli abusi in Myanmar. Il panel è stato incaricato dal Consiglio dell’Onu per i Diritti umani di indagare su “tutte le presunte violazioni del diritto internazionale umanitario” e dei diritti umani, registrate, a partire dal 13 aprile scorso e nei giorni immediatamente precedenti, nei territori israeliani e palestinesi. La squadra dovrà poi presentare una prima relazione a giugno 2022 e, altre, successivamente, con cadenza annuale.

Come stabilito il 28 maggio scorso, la cosiddetta Commissione di Inchiesta (COI), indipendente e permanente, è stata altresì esortata a comprendere le cause alle base delle frequenti tensioni tra israeliani e palestinesi e la fonte della perdurante instabilità, oltre che delle pratiche di “discriminazione e repressione” basate sull’identità nazionale, etnica o religiosa. Tale commissione rappresenta il più alto livello di indagine che può essere richiesto dal Consiglio per i Diritti Umani e, sebbene in passato siano state avviate otto indagini nei medesimi territori è la prima volta che si chiede di ricercare le “cause profonde” e di indagare sugli abusi.

La creazione di una Commissione di Inchiesta è stata ben accolta dai palestinesi, ma non da Israele. Quest’ultimo ritiene che lo svolgimento di indagini permanenti sia un esempio del pregiudizio dell’UNHRC nei confronti dello Stato ebraico. Pertanto, non è da escludersi che l’accesso dei tre esperti ai territori israeliani e palestinesi venga negato. A detta di Israele, poi, la nomina di Pillay a capo del panel “rende chiaro che il vero scopo non è quello di indagare equamente sul conflitto di maggio 2021 con Hamas, ma ricavare “prove” per accusare Israele di apartheid e denigrare il sionismo e l’autodeterminazione ebraica”. Una consulente legale e rappresentante delle Nazioni Unite per l’ONG Monitor, Anne Herzberg, ha poi affermato che i continui e crescenti attacchi contro Israele da parte del Consiglio per i diritti umani dovrebbero spingere il governo israeliano a rifiutarsi di collaborare con la Commissione.

Il Ministero degli Esteri palestinese, invece, vede con favore la formazione della COI, in quanto incaricata di stabilire “meccanismi di responsabilità per le violazioni e i crimini israeliani”, identificandone i responsabili. Pertanto, l’Autorità palestinese si è detta pronta a fornire tutte le informazioni necessarie per supportare il processo legale sui “crimini commessi da Israele”.

La richiesta di indagini deriva dalla violenta escalation verificatasi tra il 10 e il 21 maggio, definita tra le peggiori tra israeliani e palestinesi dal 2014. Quanto accaduto ha rappresentato il culmine di giorni di tensione a Gerusalemme Est, che hanno interessato diversi luoghi sacri, primo fra tutti la moschea di al-Aqsa, presa d’assalto dalle forze israeliane nella mattina del 10 maggio, giorno in cui il gruppo palestinese Hamas aveva avvertito Israele della possibilità di un attacco su larga scala se le forze israeliane non si fossero ritirate dalla Spianata delle Moschee e dal monte del Tempio, oltre che dal compound della moschea entro le 2:00 del mattino. Alla luce della mancata risposta da parte israeliana, Hamas ha iniziato a lanciare razzi contro Gerusalemme già dalla sera del 10 maggio, proseguiti poi nel corso dei giorni successivi. Agli attacchi del gruppo palestinese ha immediatamente fatto seguito la risposta israeliana.

Secondo quanto riferito dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, il proprio ufficio ha verificato la morte di 270 palestinesi a Gaza, in Cisgiordania e Gerusalemme Est, inclusi 68 bambini. Sul fronte israeliano, l’esercito di Tel Aviv ha riferito che un soldato e 12 civili sono rimasti uccisi, mentre i propri raid avrebbero causato la morte di più di 200 combattenti di Hamas e del Movimento per il Jihad Islamico. Le autorità sanitarie della Cisgiordania, dal canto loro, hanno affermato che 31 persone sono state uccise nella regione occupata.

 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.