Libia: la questione della missione militare dell’Europa

Pubblicato il 22 luglio 2021 alle 11:06 in Europa Libia

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Mentre mercenari e forze straniere continuano a sostare in Libia, un documento circolato negli ultimi giorni ha rivelato l’intenzione dell’Unione Europea di inviare una missione militare nel Paese Nord-africano. Tuttavia, la notizia è stata smentita da funzionari dell’UE stessa.

La notizia è stata pubblicata dal sito web d’informazione EUobserver, il quale fa riferimento a un documento datato primo luglio. Nello specifico, l’Unione Europea avrebbe pianificato l’invio di una missione militare in Libia, al fine di “competere per l’influenza con potenze straniere”. Questo perché il processo di pace in Libia richiede “il disarmo su larga scala, la smobilitazione e il reinserimento dei combattenti”, accanto a una riforma dell’apparato di sicurezza (SSR), ritenuta essere fondamentale. Motivo per cui, come viene affermato nel documento, è necessario valutare un possibile impegno militare dell’Unione Europea, nel quadro della Politica di sicurezza e difesa comune (CSDP). Il fine ultimo è far sì che non venga lasciato a “Stati terzi” l’intero campo di attività nel dominio militare. “A lungo termine e quando le condizioni lo consentono, dovrebbe essere preso in considerazione un impegno militare della CSDP con il mandato di sostenere il processo di SSR nel settore militare”, si legge nel documento.

Quest’ultimo non chiarisce quali siano gli Stati terzi, ma per EUobserber vi è un riferimento implicito alla Turchia, la quale ha continuato a negare le ispezioni di sospette spedizioni di armi alla Libia, violando l’embargo delle Nazioni Unite, mentre continua ad avere una forte presenza militare nel Paese Nord-africano, fornendo altresì addestramento a forze armate nella Libia occidentale, tra cui la Guardia costiera e la Marina libica. Inoltre, specifica il sito, anche Chad, Egitto, Giordania, Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno svolto un ruolo nel conflitto civile in Libia. Per EUobserver, lo scenario dipinto dal documento europeo è preoccupante, in quanto mette in luce la perdurante presenza di “molti” combattenti stranieri, mentre continuano le attività illegali legate al traffico di petrolio, armi ed esseri umani. Come evidenziato, la missione aeronavale dell’Unione europea EuNavFor Med – Irini sta cercando di frenare il contrabbando, anche attraverso le attività dei servizi di intelligence, ma la fornitura di attrezzature alla guardia costiera libica dovrebbe essere affiancata dall’accettazione dell’addestramento europeo da parte delle autorità libiche. Tuttavia, sono state queste ultime a chiedere il sostegno dell’Europa per la gestione dei confini libici, anche a Sud.

Stando a quanto riporta EUobserver, il ministro degli Esteri francese, Jean Yves Le Drian, avrebbe fatto riferimento al documento trapelato durante un discorso rivolto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il 15 luglio. “È giunto il momento di stabilire una tabella di marcia progressiva, simmetrica e sequenziata, volta ad allontanare membri stranieri di ciascuna parte”, ha affermato il ministro francese, il quale ha aggiunto che l’Unione Europea, l’Italia e la Francia sono disposte ad impegnarsi ulteriormente per addestrare ed equipaggiare la Guardia costiera libica.

I primi commenti sul documento sono giunti, il 19 luglio, dalla portavoce dell’European External Action Service (EEAS), Nabila Massrali, la quale ha riferito che, al momento, non sono state avviate discussioni all’interno dell’Unione Europea per il possibile invio di una missione militare in Libia. Ad ogni modo, ha affermato Massrali, l’UE continuerà a sostenere la Libia e il suo cammino verso la pace e la stabilità. Ciò avviene anche attraverso la missione civile EUBAM Libya e l’operazione nel Mediterraneo Irini.

Il ritiro di forze e mercenari stranieri dalla Libia rappresenta tuttora uno dei dossier più “spinosi” per il governo di unità nazionale libico, guidato dal premier ad interim Abdulhamid Dabaiba. Stando a quanto stabilito nell’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020, i combattenti stranieri, pari a circa 20.000 secondo le stime dell’Onu, avrebbero dovuto abbandonare il Paese entro 90 giorni dalla firma dell’intesa, ma, ad oggi, ciò non è ancora avvenuto e non sembrano esservi particolari misure a riguardo. È stato proprio il primo ministro ad affermare che la presenza di combattenti stranieri sul suolo libico è “inaccettabile”, e rappresenta una minaccia al processo politico. Motivo per cui, la loro fuoriuscita è una delle questioni più rilevanti da affrontare. In tale quadro, un diplomatico statunitense in condizioni di anonimato ha affermato, il 21 luglio, che Washington sta collaborando con l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Jan Kubis, per risolvere la questione, allontanando soprattutto i mercenari inviati da Russia e Turchia nel corso del conflitto. Gli USA, ha dichiarato il diplomatico, sperano che si possa giungere a una conclusione entro le elezioni programmate per il 24 dicembre prossimo.

Attualmente la Libia si trova ad assistere a una fase di transizione, che si prevede culminerà con le elezioni di dicembre. Quanto accaduto prima il 5 febbraio, con la nomina delle nuove autorità esecutive da parte del Forum di dialogo politico, e poi il 10 marzo, con il voto di fiducia al governo ad interim, ha rappresentato un momento “storico” per il Paese Nordafricano, che, dal 15 febbraio 2011, è stato teatro di una perdurante crisi e di una lunga guerra civile. Ad aver dato nuovo impulso al percorso politico vi è stato l’accordo di cessate il fuoco, siglato a Ginevra il 23 ottobre 2020 nel quadro del Comitato militare congiunto 5+5. Quest’ultimo è un organismo composto da delegati di entrambe le parti belligeranti, l’esercito legato al governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA) e l’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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