Iran: inaugurato un nuovo terminal per aggirare le minacce ad Hormuz

Pubblicato il 22 luglio 2021 alle 17:01 in Iran Medio Oriente

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Teheran ha inaugurato il primo terminal petrolifero nel porto di Jask, a circa 1.270 km a Sud-Est di Teheran, nel Golfo di Oman. In tal modo, le imbarcazioni da e verso l’Iran potranno evitare di passare per lo Stretto di Hormuz, più volte testimone di minacce e tensioni.

La notizia è stata resa nota giovedì 22 luglio dal presidente iraniano uscente, Hassan Rouhani, il quale, nel corso di un discorso televisivo, ha parlato di una “mossa strategica” e di un “passo importante per l’Iran”, che permetterà al Paese di continuare ad esportare risorse petrolifere, oltre a consentire alle petroliere in viaggio nel Mar Arabico di risparmiare tempo. A tal proposito, Rouhani ha affermato che oggi, 22 luglio, le prime 100 tonnellate di petrolio sono state caricate al di fuori dello Stretto di Hormuz. “Ciò dimostra il fallimento delle sanzioni imposte dagli USA”, ha aggiunto il presidente uscente. Dichiarazioni simili sono giunte anche dal ministro del Petrolio iraniano, Bijan Namdar Zangeneh, il quale ha definito quella di oggi una “giornata storica per l’industria petrolifera iraniana”, che segna l’inizio di un grande progetto nazionale, nonostante le condizioni difficili derivanti dalla “guerra economica”, con riferimento alle sanzioni statunitensi e alle tensioni che ne sono seguite.

Al terminal di Jask è collegato un oleodotto lungo 1.000 chilometri, che ha origine a Goreh, nella provincia Sud-occidentale di Bushehr. Il progetto, la cui realizzazione è in corso da due anni e ha visto la partecipazione di circa 250 aziende, ha un valore di circa 2 miliardi di dollari. L’obiettivo è quello di trasportare ed esportare un milione di barili di petrolio al giorno dalla nuova struttura. Al momento, però, saranno 300.000 i barili esportati quotidianamente. Inoltre, il porto di Jask ospita depositi in grado di immagazzinare 20 milioni di barili di petrolio, volti a supportare le operazioni di export. In generale, si stima che l’intero progetto fornirà 10.000 posti di lavoro.

Il nuovo terminal di Jask è situato a Sud dello Stretto di Hormuz, un canale di passaggio strategico dove viene trasportato circa il 20% delle risorse petrolifere a livello internazionale, che divide la Penisola arabica dalle coste dell’Iran. È lo stesso Stretto di Hormuz ad ospitare, poi, uno dei maggiori terminal per l’export di petrolio iraniano, il porto di Kharg. La rilevanza di Hormuz ha più volte reso lo Stretto oggetto di minacce. In particolare, Teheran ha spesso messo in guardia da una possibile chiusura del canale, nel caso in cui non fosse stata in grado di esportare petrolio. L’Iran, in realtà, non può chiudere unilateralmente lo Stretto, perché questo appartiene in parte alle acque territoriali dell’Oman. Tuttavia, le navi che solcano l’area attraversano acque iraniane, che sono sotto la responsabilità della Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica iraniane (IRGC).

In tale area, poi, non sono mancati episodi di tensione tra Washington e Teheran, che hanno sollevato preoccupazione a livello internazionale. A tal proposito, il 10 maggio scorso, la Guardia Costiera statunitense ha lanciato circa 30 colpi di avvertimento contro 13 imbarcazioni iraniane, dopo che queste si sono avvicinate a navi della Marina degli USA nello Stretto di Hormuz. Quanto accaduto il 10 maggio ha rappresentato il terzo incontro tra navi di Washington e Teheran nelle acque del Golfo in un mese, mentre è stata la seconda volta che gli Stati Uniti hanno lanciato colpi di avvertimento contro imbarcazioni iraniane, accusate di essersi comportate in maniera poco sicura.

L’inaugurazione da parte dell’Iran del “progetto alternativo” a Hormuz giunge in un momento in cui le esportazioni di petrolio iraniane sono tuttora soggette a un divieto degli Stati Uniti, imposto dal 2 maggio 2019, che ha portato a un calo delle esportazioni negli ultimi anni, passate da 2 milioni e 500mila barili a circa 500mila barili. Imponendo un blocco simile, Washington ha privato Teheran della sua più importante fonte di valuta forte, da cui dipende l’intera economia iraniana. Ad ogni modo, negli ultimi mesi è stato registrato un miglioramento. Nello specifico, rapporti occidentali hanno riferito che Teheran è stata in grado di esportare circa un milione di barili di petrolio al giorno, principalmente verso la Cina.

Funzionari del Ministero del petrolio iraniano hanno affermato che l’Iran intende aumentare la produzione petrolifera a 3,8 milioni di barili al giorno, rispetto ai 2,1 milioni attuali, se riuscirà a raggiungere un accordo con l’amministrazione statunitense di Joe Biden. È dal 6 aprile che sia Washington sia Teheran sono impegnati in negoziati, non ancora conclusi, volti a rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano, il cosiddetto Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), firmato il 14 luglio del 2015, e abbandonato dagli USA l’8 maggio del 2018, quando il Paese era guidato dall’ex presidente, Donald Trump. Le negoziazioni, svoltesi a Vienna, vedono coinvolti anche rappresentanti degli altri firmatari dell’intesa, ovvero Gran Bretagna, Cina, Francia, Germania e Russia, ma sono al momento sospese e si prevede riprenderanno ad agosto, a seguito dell’insediamento del presidente iraniano neoeletto, Ebrahim Raisi.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione