Marocco: giornalista Omar Radi condannato a 6 anni

Pubblicato il 20 luglio 2021 alle 12:56 in Africa Marocco

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La Corte d’Appello di Casablanca ha condannato il giornalista marocchino Omar Radi a 6 anni di carcere. Le accuse vanno da “aggressione e stupro” a “spionaggio”. Nello specifico, il tribinale ha dichiarato che Radi avrebbe “ricevuto denaro da enti stranieri con l’obiettivo di compromettere l’integrità dello Stato e avuto contatti con agenti stranieri per danneggiare l’immagine del Regno”. Radi, che è stato in custodia cautelare per quasi un anno, ha affermato di aver avuto rapporti consensuali con la collega Hafsa Boutahar, sua accusatrice, e ha respinto tutte le condanne emesse nei suoi confronti. Il suo avvocato, Ali Amar, ha affermato che le accuse mancano di prove e che il verdetto sarà impugnato. L’ONG Amnesty International ha affermato che il processo “è stato segnato da palesi violazioni del giusto processo”.

La sentenza, emessa lunedì 19 luglio, prevede anche un risarcimento di 200 mila dirham (circa 18.000 euro) ad Hafsa Boutaher. La donna, che ha denunciato il collega giornalista, ha ribadito di essere stata “vittima di stupro” durante un’udienza tenutasi a porte chiuse la scorsa settimana. Boutahar ha spiegato che Radi avrebbe abusato di lei il 12 luglio 2020, a casa dei suoi datori di lavoro, dove risiedeva temporaneamente da oltre un mese. “Sono stata ospitata dai miei capi Ali Amar e sua moglie Fatema Zahra Qadri per evitare che facessi avanti e indietro tra Rabat e Casablanca, durante il blocco dovuto al COVID-19”, ha detto la donna in diverse interviste, specificando che il seminterrato della loro casa era stato trasformato in un ufficio per il team del sito d’informazione Le Desk. “Non avevo motivo per non sentirmi al sicuro con gli amici. Eravamo colleghi, la casa era piena, con bambini, colf, parenti. Perché avrei dovuto avere paura di Omar Radi?» ha riferito Boutahar raccontando l’episodio.

Radi era stato arrestato il 26 dicembre 2019, a seguito della pubblicazione di un tweet nel quale criticava un giudice che aveva inflitto pesanti condanne carcerarie ad alcuni militanti del movimento Hirak del Rif. Rilasciato su cauzione il 31 dicembre, era poi tornato in tribunale a marzo e condannato a quattro mesi di carcere per oltraggio al magistrato. Successivamente, nel mese di giugno, Amnesty International aveva accusato la polizia marocchina di aver installato un sistema spyware di produzione israeliana, Pegasus, nel cellulare del giornalista, e di aver costantemente controllato messaggi, mail, contatti, immagini e quanto contenuto nel dispositivo di Radi da gennaio 2019 a gennaio 2020. In questi giorni, proprio in coincidenza del verdetto su Radi, è stata confermata la notizia dell’acquisto da parte di alcuni Paesi, tra cui il Marocco, del software israeliano utilizzato per spiare attivisti, oppositori, giornalisti e politici.

Circa 10 giorni fa, lo stesso tribunale di Casablanca aveva condannato un altro giornalista dissidente, Soulaimane Raissouni, a 5 anni di carcere per aggressione sessuale. Anche lui nega tutte le accuse a suo carico. Sia Raissouni che Radi condannano apertamente il regime, criticando, spesso in maniera pubblica, le autorità, l’ordine pubblico, la magistratura e il rispetto dei diritti umani in Marocco. Raissouni è in sciopero della fame da più di 90 giorni. La scorsa settimana, il Dipartimento di Stato USA ha affermato che il verdetto sul suo caso solleva preoccupazioni sullo svolgimento di processi equi e sulla libertà di parola in Marocco. Il governo di Rabat, dal canto suo, ha affermato che la reazione degli Stati Uniti si basa su informazioni tendenziose e ha sottolineato che nessuno dei due processi sarebbe correlato al mestiere svolto dagli imputati. Le autorità marocchine hanno infine assicurato che la magistratura è indipendente e che i tribunali e la polizia stanno attuando le leggi nazionali.

Diversi attivisti per i diritti umani hanno accusato le autorità di abusare del sistema giudiziario per mettere a tacere le voci di dissenso e di applicare la legge in modo non uniforme, infliggendo condanne penali con scarse prove per colpire gli oppositori politici. Il collega di Radi, Imad Stitou, che la magistratura ha accusato di complicità nella presunta violenza sessuale ai danni di Boutahar, dopo aver parlato come testimone, è stato condannato a un anno di carcere, metà del quale sospeso.

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.