Armenia-Azerbaigian: continuano le violazioni del cessate il fuoco

Pubblicato il 20 luglio 2021 alle 10:51 in Armenia Azerbaigian

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Nonostante l’accordo di pace del 9 novembre 2020, continuano ad essere registrate violazioni del cessate il fuoco da parte delle autorità armene e azere, come è stato riportato martedì 20 luglio. Le prime hanno accusato Baku di aver bombardato i propri insediamenti militari lungo il confine, provocando gravi ferite a un militare armeno. Le seconde, dal canto loro, hanno reso noto che un soldato azero è rimasto gravemente ferito a seguito degli scontri provocati dall’Armenia lungo la linea di contatto. 

Il Ministero della Difesa dell’Armenia ha dichiarato che, nella notte tra il 19 e il 20 luglio, le Forze Armate dell’Azerbaigian hanno bombardato le postazioni armene collocate presso il villaggio di Yeraskh, a 70 chilometri da Erevan, capitale dell’Armenia. A riferirlo è stata l’agenzia di stampa russa RIA Novosti, martedì 20 luglio. Secondo quanto reso noto, Baku ha aperto il fuoco con armi leggere e non è ricorso a mortai. Tra le altre conseguenze, gli scontri hanno provocato gravi ferite al rappresentante amministrativo di Yeraskh, Radik Ogikyan, il quale stava tentando di spegnere l’incendio provocato dai militari azeri.

Nel frattempo, la medesima agenzia di stampa ha riportato le dichiarazioni rilasciate da parte del Dipartimento di Difesa dell’Azerbaigian. Quest’ultimo ha annunciato che, nella notte del 19 luglio, la Forze Armate dell’Armenia hanno aperto il fuoco contro gli insediamenti militari azeri presso la regione di Sadarak. Quest’ultima si trova nei pressi della Repubblica autonoma di Nakhchivan, un’enclave azera a confine con l’Armenia e l’Iran. Il tenente Badalli Ramal Bahlul ha riportato gravi ferite a seguito dei combattimenti. L’agenzia di stampa turca Anadolu Agency in lingua russa ha poi reso noto che la situazione nell’area si è stabilizzata.

Mentre le autorità di Baku e Erevan stanno tentando di giungere ad un accordo per normalizzare il decennale conflitto, i combattimenti lungo le linee di contatto continuano ad inasprirsi. Sono numerosi gli attori internazionali che svolgono il ruolo di mediatori. Tra questi, è importante menzionare Stati Uniti, Francia, Russia, Turchia e Iran.  I tentativi di normalizzare la situazione hanno portato, il 5 luglio e il 12 giugno, al rimpatrio di un totale di 30 prigionieri armeni. In cambio, Erevan ha ceduto alle autorità azere mappe in cui è indicata la posizione di quasi 200.000 mine nel Sud-Ovest dell’Azerbaigian. In ambo i casi, la mediazione di Stati Uniti e Georgia ha svolto un ruolo chiave e ha permesso alle parti belligeranti di trovare un punto d’incontro. 

La storica disputa territoriale sorge dal fatto che i due Paesi, servendosi di mappe sovietiche diverse, rivendicano la sovranità delle zone di confine. Le tensioni si sono acuite a partire dal 12 maggio, quando l’Armenia ha accusato l’Azerbaigian di aver dispiegato le proprie truppe lungo il confine, entrando di 3,5 km nel territorio di Erevan. Baku sostiene che l’avanzata era finalizzata alla demarcazione dei confini mentre Erevan ha accusato l’Azerbaigian di essersi servito di tale “preteso” per avanzare. A seguito delle ripetute violazioni, l’Armenia ha richiesto l’intervento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un’alleanza militare per la sicurezza regionale capeggiata dalla Russia, per avviare consultazioni incentrate sulle aree contese.

Successivamente, il 27 maggio, l’Azerbaigian ha incarcerato sei militari armeni mentre svolgevano lavori ingegneristici nella regione di Gegharkunik, area controllata dalle forze armate di Erevan. A detta dell’Armenia, i soldati presi in custodia non avrebbero violato il confine con l’Azerbaigian. Dall’altra parte, il Ministero della Difesa di Baku sostiene che i sei soldati, membri di un “gruppo di ricognizione e sabotaggio”, siano stati trattenuti perché avrebbero tentato di attraversare il confine azero-armeno in direzione dell’insediamento di Yukhary Ayrim, nella regione di Kelbajar.

La regione autonoma del Nagorno-Karabakh è contesa da decenni dall’Armenia e dall’Azerbaigian. Gli scontri, scoppiati il 27 settembre 2020, raggiunsero il culmine nel mese di ottobre dello stesso anno. Sulla base del trattato di pace del 9 novembre 2020, l’Armenia ha ceduto il controllo sull’area del Nagorno-Karabakh e su tutti i sette distretti limitrofi all’Azerbaigian, i quali, dagli anni ‘90, erano stati occupati dalle forze armene. Inoltre, tra le altre disposizioni, l’intesa prevedeva il rilascio immediato di tutti i prigionieri di guerra da ambo le parti. L’Azerbaigian, però, è proprio sugli armeni catturati dopo la firma dell’armistizio che si è concentrato, affermando che l’obbligo di rilascio previsto dall’armistizio non può applicarsi a questi ultimi. Tale aspetto rimane uno dei punti critici ancora irrisolti tra Baku e Erevan.

La Repubblica dell’Artsakh, ovvero il territorio del Nagorno-Karabakh, ha un’importanza notevole in virtù della sua posizione, strategica soprattutto per il controllo dei gasdotti e oleodotti che vi transitano e forniscono idrocarburi per il mercato russo e turco. È anche importante ricordare che, sullo sfondo delle rivendicazioni territoriali azero-armene, un ruolo cruciale è da associare agli interessi della Turchia, che ha sostenuto militarmente l’Azerbaigian, e della Russia, alleata dell’Armenia.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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