Biden rimpatria per la prima volta un detenuto di Guantanamo

Pubblicato il 19 luglio 2021 alle 16:11 in America centrale e Caraibi USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno effettuato, lunedì 19 luglio, il primo rimpatrio di un detenuto di Guantanamo, sotto la presidenza di Joe Biden. Il detenuto si chiama Abdul Latif Nasser ed era stato autorizzato al rimpatrio da un comitato di revisione nel luglio 2016. Tuttavia, Nasser era rimasto nel carcere statunitense durante la presidenza di Donald Trump. Il Pentagono, che è l’edificio sede del quartier generale del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America ha riferito che l’arresto di Nasser non era più necessario per proteggere la sicurezza nazionale.

Il Dipartimento di Stato ha dichiarato che l’amministrazione Biden seguirà un processo deliberato e meticoloso incentrato sulla “riduzione responsabile” della popolazione dei detenuti presso la struttura di Guantanamo, salvaguardando la sicurezza degli Stati Uniti e di tutti i suoi alleati”.

Il carcere statunitense, noto anche come GTMO o “Gitmo”, è stato aperto nel 2002. L’anno successivo la prigione deteneva 680 persone sospettate di avere legami con al-Qaeda e i talebani, come riportato dall’Associated Press. Con il rimpatrio di Nasser, il totale dei carcerati rimasti ammonta a 39, tra cui 5 incolpati di aver pianificato gli attacchi avvenuti l’11 settembre del 2001. Barack Obama, presidente degli Stati Uniti dal 2009 fino al 2017, ha sostenuto che la prigione era contraria ai valori americani ed era solo una “macchia sulla reputazione internazionale” del Paese.

Dal canto suo, l’ex presidente del Paese, Donald Trump, aveva promesso, anche prima di assumere l’incarico, che non avrebbe mai consentito il rilascio dei prigionieri da lì. “Queste persone sono molto pericolose e non dovrebbero mai essere in grado di tornare sul campo di battaglia”, aveva dichiarato Trump.

La Casa Bianca aveva annunciato, il 12 febbraio, l’intenzione di Biden di chiudere la prigione della base navale di Guantanamo. Secondo John Kirk, professore di studi latinoamericani presso l’Università canadese di Dalhousie, la scelta di Biden è coerente con la sua politica. Il professore ha riferito che gli Stati Uniti “non possono criticare le violazioni dei diritti umani a Cuba e, nello stesso tempo, commettere abusi flagranti in quella prigione” e ha aggiunto che questa decisione potrebbe far guadagnare a Washington una maggiore credibilità. La portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale (NSC), Emily Horne, ha dichiarato che la chiusura della struttura di detenzione richiederà tempo e che il NSC lavorerà in collaborazione con i Dipartimenti della Difesa a tale scopo. Kirk, tuttavia, ha sostienuto che “nonostante questo sia un passo importante per Biden, chiudere la prigione non avrà conseguenze pratiche nel Paese, ma costituirà solo un valore simbolico”.

Il presidente americano, che si è impegnato a sostenere una politica differente da quella di Trump nei confronti del Paese, non ha ancora revocato le sanzioni economiche che erano state imposte precedentemente e che hanno danneggiato l’economia dell’isola.  Alcuni giorni prima della fine del suo mandato, Trump aveva anche designato Cuba come “Stato sponsor del terrorismo per aver fornito ripetutamente sostegno a molte organizzazioni terroristiche”.

Cuba era già entrata nella lista nera degli Stati Uniti nel 1982, ma l’amministrazione Obama aveva rimosso il Paese da tale elenco nel 2015, nel tentativo di migliorare le relazioni con Raùl Castro. Questa è stata una delle principali conquiste di politica estera dell’ex presidente. Tuttavia, da quando Trump ha assunto la presidenza, i legami tra Washington e L’Avana sono diventati sempre più tesi, anche se pochi alleati statunitensi sono dell’opinione che l’isola sia in grado di collaborare nel finanziamento e nella pianificazione degli attacchi terroristici internazionali.

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Ludovica Tagliaferri

di Redazione