Il fatto più importante della settimana, Cuba

Pubblicato il 16 luglio 2021 alle 7:01 in America Latina Cuba

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

A Cuba, migliaia di persone sono scese in piazza, domenica 11 luglio, in una giornata di rare manifestazioni anti-governative, per protestare contro la situazione determinata dalla pandemia di coronavirus e dalla crisi economica. Secondo quanto riferito il 13 luglio, un uomo è stato ucciso durante uno scontro tra manifestanti e forze di sicurezza in un quartiere periferico dell’Avana. 

Alcuni dei partecipanti hanno urlato slogan come “Abbasso la dittatura” e “Vogliamo la libertà”. Durante le marce a San Antonio de los Banos, una città di circa 50.000 persone a Sud-Ovest dell’Avana, secondo quanto mostrato da alcuni video pubblicati online, i residenti, soprattutto giovani, hanno gridato insulti contro il presidente Miguel Diaz-Canel. “Non abbiamo paura”, hanno detto diversi di loro. “Stanno protestando contro i blackout e perché non ci sono medicine”, hanno spiegato fonti locali all’agenzia di stampa Reuters. Migliaia di persone si sono radunate anche nel centro dell’Avana in mezzo ad una forte presenza della polizia. 

La vittima registrata è un cittadino di 36 anni, di nome Diubis Laurencio Tejeda, che, nella giornata di lunedì 12 luglio, aveva partecipato alla protesta svoltasi presso il Consiglio Popolare della Güinera, nel comune di Arroyo Naranjo, nel Sud della capitale. Oltre al deceduto, negli scontri esplosi a La Güinera, diverse persone sono state arrestate e altre, tra cui alcuni agenti, sono rimaste ferite. La protesta nel quartiere, uno dei più malfamati dell’Avana, è stata filmata su vari social network, nonostante il governo abbia tagliato la connessione a Internet. Il bilancio degli scontri, dei feriti e dei detenuti rischia tuttavia di crescere. Secondo l’ONG Human Rights Watch le persone arrestate sono più di 150. Della maggior parte di loro non si sa ancora nulla. Amnesty International, dal canto suo, ha affermato di aver ricevuto segnalazioni di allarme di “blackout di Internet, arresti arbitrari, uso eccessivo della forza, compreso il fuoco della polizia sui manifestanti”. Il governo cubano non ha ancora commentato gli arresti.

Le manifestazioni, le prime degli ultimi trenta anni, sono esplose a Cuba mentre il Paese vive la fase più dura della crisi sanitaria dovuta alla pandemia di coronavirus. Nella stessa giornata di domenica 11 luglio, si è registrato un nuovo record giornaliero di infezioni e decessi, pari rispettivamente a 6.750 e 47, secondo i dati ufficiali. “Questi sono numeri allarmanti che aumentano ogni giorno”, ha affermato Francisco Duran, capo del dipartimento di epidemiologia del Ministero della Salute. La rabbia sociale è poi alimentata dalla carenza di cibo e medicinali, in parte provocata dalle sanzioni economiche degli Stati Uniti.

Diaz-Canel si è rivolto alla nazione, l’11 luglio, accusando gli Stati Uniti di essere responsabili dei disordini. Il presidente ha poi avvertito che ulteriori “provocazioni” non sarebbero state tollerate. Nel suo discorso al Paese, il capo di Stato ha invitato le persone che sostengono la rivoluzione cubana a difenderla.

Washington ha reagito rapidamente agli eventi della giornata. “Gli Stati Uniti sostengono la libertà di espressione e di riunione in tutta Cuba e condanneranno fermamente qualsiasi violenza o presa di mira nei confronti di manifestanti pacifici che esercitano i loro diritti universali”, ha dichiarato su Twitter il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan.

Cuba ha vissuto senza troppa preoccupazione i primi mesi dell’epidemia di coronavirus, ma ha assistito, di recente, ad un serio aumento delle infezioni. Il Paese ha sviluppato cinque propri vaccini contro il COVID-19 e il mese scorso ha affermato che uno di questi, chiamato Abdala, avrebbe mostrato un’efficienza del 92%. Medici e infermieri cubani si sono sparsi per la capitale nel tentativo di incoraggiare le persone a vaccinarsi, sperando in questo modo di arginare il crescente numero di infezioni.

In una delle ultime proteste nel Paese, il 29 marzo, centinaia di cubani avevano manifestato all’Avana con una sfilata di auto, moto e biciclette per chiedere agli Stati Uniti di revocare l’embargo contro l’isola, in vigore da oltre 60 anni. Le manifestazioni erano state pensate per chiedere all’amministrazione dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, di eliminare l’embargo contro Cuba. “Chiediamo la fine del blocco”, aveva dichiarato il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodriguez, il funzionario di più alto rango presente alla protesta e membro del Politburo del Partito Comunista. “L’inasprimento opportunistico del blocco durante il governo Trump, nel bel mezzo della pandemia COVID-19, lo ha reso ancora più genocida”, aveva aggiunto. 

In tale contesto, è necessario ricordare che negli ultimi 4 anni, l’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha inasprito l’embargo contro Cuba, citando preoccupazioni per la mancanza di democrazia e il sostegno dell’Avana al governo socialista venezuelano. Oltre ad aver abrogato una serie di norme che consentivano agli statunitensi di viaggiare a Cuba per turismo e ad aver limitato le rimesse degli emigrati, colpendo così le due principali fonti di reddito dell’isola, Trump aveva attivato il titolo III della legge Helms-Burton, che riconosce la giurisdizione dei tribunali USA nelle cause contro società di Paesi terzi (canadesi ed europee principalmente) che utilizzano terreni o proprietà espropriate dopo il trionfo rivoluzione castrista nel 1959.

Inoltre, nove giorni prima che Trump lasciasse la Casa Bianca, l’11 gennaio, l’allora segretario di Stato, Mike Pompeo, aveva annunciato che gli Stati Uniti avevano designato Cuba come “Stato sponsor del terrorismo”. Secondo quanto aveva affermato Pompeo, L’Avana aveva fornito “ripetutamente sostegno ad atti di terrorismo internazionale garantendo un porto sicuro per i terroristi”. Cuba era entrata nella lista nera di Washington, che comprende anche Siria, Iran e Corea del Nord, nel 1982. Tuttavia, il 29 maggio 2015, l’amministrazione del presidente Barak Obama aveva rimosso il Paese caraibico da tale lista. La mossa di Trump ha segnato il totale capovolgimento degli sforzi dell’amministrazione democratica per ricostruire i legami con l’isola, considerata una storica nemica sin dai tempi della Guerra Fredda. 

L’attuale presidente degli USA ha promesso durante la sua campagna presidenziale del 2020 che avrebbe cambiato la politica statunitense verso l’isola, affermando che le politiche di Trump avevano “inflitto danni al popolo cubano” e non avevano fatto “nulla per promuovere la democrazia e i diritti umani”. 

 

Il fatto più importante della settimana è una rubrica a cura della Redazione di Sicurezza Internazionale.

Tutti i venerdì. 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.