Armenia e Azerbaigian si accusano a vicenda senza raggiungere un accordo

Pubblicato il 15 luglio 2021 alle 14:36 in Armenia Azerbaigian

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Nel corso della giornata del 15 luglio, l’Armenia ha dapprima accusato l’Azerbaigian di “ostacolare” i negoziati di pace, affermando poi di essere pronta ad avviare le trattative per porre fine alle dispute territoriali. Le stesse dichiarazioni, di riflesso, sono giunte dall’Azerbaigian, il quale ha ribadito di voler avviare i colloqui e ha incolpato Erevan di inettitudine.

Il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha annunciato, giovedì 15 luglio, che Erevan è pronta a riprendere i negoziati di pace per il Nagorno-Karabakh, in conformità alla dichiarazione del Gruppo di Minsk del 13 aprile. A riferire le dichiarazioni di Erevan è stata l’agenzia di stampa russa TASS, il medesimo 15 luglio. Secondo Pashinyan, l’Azerbaigian starebbe tentando di far passare il messaggio che l’Armenia non sarebbe interessata a proseguire i colloqui di pace. Contestando tale atteggiamento, il premier di Erevan ha ricordato che il Paese si è più volte espresso a favore del lavoro di normalizzazione, da attuare nel quadro della dichiarazione rilasciata, lo scorso aprile, dal Gruppo di Minsk. Pashinyan ha dunque sottolineato che sarebbero tre i fattori che contribuirebbero ad alimentare il conflitto azero-armeno nel Karabakh, nonostante i negoziati di pace del 9 novembre 2020. Il primo fa riferimento al principio di autodeterminazione di un popolo, il secondo al rifiuto dell’uso di forza o forme di violenza, e il terzo riguarda l’integrità territoriale. Al fine di sottolineare le “buone intenzioni” dell’Armenia, Pashinyan ha poi esortato i membri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) e i rappresentanti del Gruppo di Minsk a prendere atto delle recenti perdite che Erevan ha registrato a causa degli scontri armati con l’Azerbaigian. “Negli ultimi due mesi abbiamo riportato due vittime”, ha ribadito il premier, facendo riferimento agli scontri del 25 maggio e del 14 luglio.

Erevan ha inoltre puntato il dito contro Baku, accusando le autorità di ostacolare il processo di delimitazione e di demarcazione dei confini. Questa è la principale ragione alla base dell’annoso conflitto. Al fine di supportare il proprio punto di vista, Pashinyan ha poi affermato che l’Azerbaigian si servirebbe di “mappe false” con lo scopo di “giustificare la presenza delle sue Forze Armate nelle regioni di Sotk e Khoznavar”, aree de jure armene. Per Erevan, la soluzione risiede nel ritiro dei militari azeri dai territori transfrontalieri, al posto dei quali dovranno essere dispiegate forze di “peacekeeping” russe, come previsto dalle disposizioni dell’accordo di pace. In questo modo sarà possibile avviare i “lavori di demarcazione” dei confini.

Dall’altra parte, il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, ha avanzato analoghe accuse contro l’Armenia. “Ho affermato più volte che siamo pronti a firmare un accordo di pace”, sottolineando che, dall’altra parte non vi è alcuna “razione ufficiale”.  Tali dichiarazioni sono state riportate dalla medesima agenzia di stampa russa, menzionando la testata azera AzerTadg. Per il leader di Baku, la questione riguardante il Nagorno-Karabakh è risolta, pertanto è necessario avviare colloqui di pace per normalizzare le altre tematiche che causano attrito tra i due Paesi.  Per il presidente di Baku, “le parti dovrebbero riconoscere reciprocamente l’integrità territoriale dell’altra”, così da poter avviare “i lavori di delimitazione dei confini”.  

Il Gruppo di Minsk, istituito nel 1992 dalla Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa, è composto da Germania, Turchia, Bielorussia, Svezia, Finlandia ed è guidato dalla co-presidenza di Francia, Russia e Stati Uniti. A partire dal 1995, il format opera con lo scopo di favorire una soluzione diplomatica nel conflitto tra Armenia e Azerbaigian, anch’essi membri del Gruppo.

Nella dichiarazione del 13 aprile, i co-presidenti di Minsk, quali il russo Igor Popov, il francese Stephane Visconti e lo statunitense Andrew Shofer, hanno esortato Baku e Erevan a “riprendere quanto prima il dialogo politico, sotto l’egida dei co-presidenti”. Per i rappresentanti dell’Organizzazione, è importante che Armenia e Azerbaigian concordino un’agenda strutturata che rifletta le priorità chiave. Mosca, Parigi e Washington hanno poi posto l’accento sulle questioni rimaste ancora irrisolte. Tra queste vi è il rimpatrio dei prigionieri di guerra, la cessione delle mappe delle mine, nonché la revoca delle misure restrittive che limitano l’accesso alla regione del Nagorno-Karabakh.

Le parole di Baku e Erevan sembrerebbero rivelare l’analoga posizione delle parti che, però, non sono ancora riuscite nell’intento di avviare trattati di pace su base regolare per normalizzare le numerose questioni che, nel tempo, contribuiscono a far scoppiare scontri episodici lungo il confine. L’ultimo evento di tale portata di è verificato il 14 luglio, quando un militare delle Forze Armate di Erevan è rimasto ucciso durante i combattimenti a fuoco a Yeraskh, un comune nel Sud-Ovest dell’Armenia situato a confine con l’Azerbaigian. Anche Baku ha annunciato che un proprio militare ha riportato gravi ferite.

Nonostante le autorità di Armenia e Azerbaigian cerchino di impegnarsi nella sottoscrizione di un accordo di pace per porre fine alle dispute territoriali, i due Paesi continuano a registrare violazioni del cessate il fuoco da ambo le parti. I tentativi di normalizzare la situazione hanno portato, il 5 luglio e il 12 giugno, al rimpatrio di un totale di 30 prigionieri armeni. In cambio, Erevan ha ceduto alle autorità azere mappe in cui è indicata la posizione di quasi 200.000 mine nel Sud-Ovest dell’Azerbaigian. In ambo i casi, la mediazione di Stati Uniti e Georgia ha svolto un ruolo chiave e ha permesso alle parti belligeranti di trovare un punto d’incontro. 

La storica disputa territoriale sorge dal fatto che i due Paesi, servendosi di mappe sovietiche diverse, rivendicano la sovranità delle zone di confine. Le tensioni si sono acuite a partire dal 12 maggio, quando l’Armenia ha accusato l’Azerbaigian di aver dispiegato le proprie truppe lungo il confine, entrando di 3,5 km nel territorio di Erevan. Baku sostiene che l’avanzata era finalizzata alla demarcazione dei confini mentre Erevan ha accusato l’Azerbaigian di essersi servito di tale “preteso” per avanzare. A seguito delle ripetute violazioni, l’Armenia ha richiesto l’intervento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un’alleanza militare per la sicurezza regionale capeggiata dalla Russia, per avviare consultazioni incentrate sulle aree contese. Più tardi, il 25 maggio, Erevan ha accusato le forze armate di Baku di aver ucciso un proprio militare durante una sparatoria a Gegharkunik, lungo il confine Orientale con l’Azerbaigian. Quest’ultimo, dall’altra parte, ha definito quanto accaduto “un incidente” e ha respinto le accuse.

È importante ricordare che, sebbene i disordini siano aumentati nel mese di maggio, la disputa era già scoppiata in precedenza, nel settembre 2020. Sulla base del trattato di pace del novembre 2020, l’Armenia ha ceduto il controllo sull’area del Nagorno-Karabakh e su tutti i sette distretti limitrofi all’Azerbaigian, i quali, dagli anni ‘90, erano stati occupati dalle forze armene. Nello specifico, Baku e Erevan si contendono il Nagorno-Karabakh dal febbraio 1988, quando la regione, a maggioranza armena, ha annunciato la sua secessione dalla Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaigian. Durante il conflitto armato del 1991-94, l’Azerbaigian ha perso il controllo del Nagorno-Karabakh e di sette regioni adiacenti. Dal 1992 sono in corso negoziati per una soluzione pacifica del conflitto nel quadro del Gruppo OSCE di Minsk, guidato da tre copresidenti, Russia, Stati Uniti e Francia.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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