Libano, esplosione del porto di Beirut: i familiari delle vittime chiedono giustizia

Pubblicato il 14 luglio 2021 alle 10:26 in Libano Medio Oriente

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Un gran numero di cittadini libanesi, familiari delle vittime decedute o rimaste ferite a seguito dell’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha devastato il porto di Beirut, hanno assaltato l’abitazione del ministro dell’Interno custode, Mohamad Fahmy, nella sera del 13 luglio. Le forze di polizia sono state costrette a intervenire, alimentando violenti scontri.

In particolare, nel tardo pomeriggio, i gruppi di manifestanti hanno marciato verso la residenza del ministro. Una volta giunti a destinazione, alcuni hanno provato a prendere d’assalto l’edificio, ma sono stati frenati dalle forze di polizia antisommossa, le quali sono state viste lanciare gas lacrimogeni e colpire i manifestanti con manganelli. Dal canto loro, i cittadini hanno lanciato pomodori, bottiglie e pietre contro gli agenti, alimentando degli scontri dal risvolto violento. Sono stati diversi gli individui rimasti feriti, il cui numero, però, non è stato specificato. Dal canto loro, le forze di sicurezza hanno parlato di circa 20 feriti tra le proprie fila. Oltre a manifestare presso l’abitazione di Fahmy, i cittadini si sono radunati nei pressi della sede del Parlamento, chiedendo di annullare l’immunità parlamentare per tre deputati, in modo da poterli sottoporre a interrogatorio per l’incidente che, il 4 agosto 2020, ha provocato la morte di 211 persone.

La rabbia dei familiari delle vittime dell’esplosione di Beirut è stata poi alimentata dalla mancata autorizzazione, da parte del ministro dell’Interno, a perseguire il capo dell’agenzia di Sicurezza Generale, il maggiore generale Abbas Ibrahim, così come richiesto dal giudice responsabile del caso, Tareq Bitar. È stato quest’ultimo a chiedere, il 2 luglio, di annullare l’immunità anche per l’ex ministro delle Finanze, Ali Hasan Khalil, l’ex ministro per i Lavori pubblici, Ghazi Zaiter, e l’ex ministro dell’Interno, Nohad Machnouk. Questi, a detta di Bitar, potrebbero essere accusati di negligenza e possibile tentato omicidio e, pertanto, è stato richiesto di sottoporli a interrogatori. Tuttavia, a circa un mese dal primo anniversario dall’incidente, l’8 luglio, alcuni deputati libanesi hanno chiesto maggiori prove prima di revocare l’immunità e consentire di interrogare i funzionari governativi, i quali si presume sapessero dell’esistenza di sostanze esplosive presso il porto di Beirut, immagazzinate da anni in modo insicuro, ma non hanno agito per evitare l’esplosione. Da parte sua, Abbas Ibrahim ha riferito di essere soggetto alla legge così come tutti i libanesi, ma che le indagini dovrebbero essere condotte lontano da considerazioni politiche.

A circa un anno da quella che è stata definita una tragedia, le indagini sull’esplosione del porto di Beirut non hanno ancora portato all’incriminazione di possibili responsabili e, per la popolazione libanese, vi sono ingerenze di natura politica che non consentono di avanzare nel dossier. Sembra che le tonnellate di nitrato di ammonio fossero nel porto di Beirut dal 16 novembre 2013, data in cui sono giunte a bordo di una nave proveniente dalla Georgia, la quale avrebbe dovuto successivamente attraversare il Canale di Suez per consegnare il carico a una compagnia del Mozambico. Il trasferimento, però, non è mai avvenuto ed i container sono rimasti per 6 anni “abbandonati” nel porto della capitale libanese. Oltre a 191 morti e circa 6.000 feriti, l’esplosione del 4 agosto ha causato ingenti danni materiali in tutta la città, equivalenti a circa 15 miliardi di dollari. Parallelamente, l’esplosione ha causato la distruzione di uno dei silos di stoccaggio di grano del Paese. 

Un quadro economico e sociale sempre più precario ha provocato il malcontento e la rabbia della popolazione libanese, già vittima di una grave crisi economica e finanziaria, definita la peggiore minaccia dalla guerra civile del 1975-1990. Inoltre, è proprio a partire dall’esplosione del 4 agosto che il Paese mediorientale è privo di un governo nel pieno delle sue funzioni. Hassan Diab continua a svolgere il ruolo di primo ministro custode, mentre continuano le discussioni per formare un nuovo esecutivo.   

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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