Arabia Saudita- Emirati Arabi Uniti: possibile compromesso sulla produzione di petrolio

Pubblicato il 14 luglio 2021 alle 17:00 in Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti

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L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno raggiunto un compromesso all’interno dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e i suoi alleati (OPEC+), mettendo fine alle controversie relative alla quota di produzione di petrolio per i prossimi mesi.

A rivelare la notizia, mercoledì 14 luglio, sono state fonti interne all’Organizzazione, in condizioni di anonimato, ma, fino ad ora, non vi sono state conferme da parte di canali ufficiali. Secondo un accordo preliminare, gli UAE potranno produrre 3,65 milioni di barili di petrolio al giorno, a partire da aprile 2022. Si tratta di una quota in aumento rispetto agli attuali 3,168 milioni, una cifra ritenuta essere “ingiusta” da Abu Dhabi. Inoltre, a detta delle fonti, gli UAE si sarebbero detti concordi a estendere i tagli alla produzione fino a dicembre 2022, nel caso in cui fosse consentita la suddetta cifra. La proposta dovrà essere approvata da tutti i membri OPEC+, in un incontro di cui non è stata stabilita ancora la data. Laddove approvato, il compromesso potrebbe aprire la strada a un aumento delle quote di produzione di petrolio, sebbene alcuni membri OPEC+ abbiano già bloccato la maggior parte delle proprie forniture fino ad agosto. Ad ogni modo, le rivelazioni circolate il 14 luglio hanno portato a una fluttuazione dei prezzi del petrolio, con il Brent che ha registrato un calo dello 0,3% alle 12:53, ora di Londra, giungendo a 76,25 dollari al barile.

Le divergenze delle ultime settimane tra Riad e Abu Dhabi hanno provocato uno stallo dei negoziati tra i 23 membri OPEC+, volti a trovare un compromesso su un possibile aumento della produzione di petrolio nei prossimi mesi. La questione ha riguardato, nello specifico, il volume di produzione petrolifera dei prossimi mesi, a seguito dei tagli concordati a partire da aprile 2020, conseguenza della pandemia di Covid-19 e del calo dei prezzi di petrolio. La proposta, avanzata da Riad e Mosca, era di aumentare la produzione di petrolio in modo graduale e, allo stesso tempo, di estendere la durata dei tagli concordati fino alla fine di aprile del 2022. Gli Emirati Arabi Uniti, da parte loro, pur concordi ad incrementare la produzione di 400mila barili al giorno da settembre a dicembre, si sono opposti all’estensione del precedente patto, con tagli, di circa 10 milioni di barili al giorno, prolungati fino a marzo 2022. Inoltre, per Abu Dhabi, il volume di produzione del suo Paese, pari a 3,17 milioni di barili al giorno, sarebbe dovuto aumentare a 3,8 barili in caso di proroga dell’accordo.

Il disaccordo ha destato preoccupazione nei mercati a livello internazionale, mentre il prezzo del greggio ha superato i 77 dollari al barile. Ciò è avvenuto in un momento in cui le importazioni di greggio della Cina sono diminuite del 3% da gennaio a giugno, rispetto al 2020, facendo registrare la prima contrazione di questo tipo dal 2013. In tale quadro, il 13 luglio, l’Agenzia internazionale per l’energia ha messo in guardia da una nuova “guerra dei prezzi di petrolio”, in caso di mancato accordo tra i membri OPEC+. Il rischio, è stato precisato, è che alti prezzi di carburante e una crescente inflazione danneggino una ripresa economica già fragile. Parallelamente, secondo l’Agenzia, lo stallo dei negoziati potrebbe provocare instabilità nel mercato internazionale del petrolio, nel quadro di una situazione “senza vincitori” e senza vie d’uscita.

Tale scenario fa seguito all’aumento di oltre l’8% dei prezzi di petrolio, registrato nel corso del mese di giugno, e il forte rally del primo semestre del 2021, definito un “semestre record”, a sua volta sostenuto dalla ripresa della domanda di risorse petrolifere nelle principali economie a livello internazionali, dagli Stati Uniti all’Europa alla Cina. Un simile progresso è stato poi favorito dal controllo dell’organizzazione OPEC+ sulla produzione, a seguito dei diversi accordi presi sin dallo scoppio della pandemia di Covid-19, il primo risalente al 9 aprile 2020. In tale data era stato raggiunto un compromesso per risolvere quella che era stata definita una “guerra dei prezzi di petrolio” e che aveva visto protagonisti Russia e Arabia Saudita. In particolare, di fronte al forte calo dei prezzi di petrolio provocato dalla pandemia, fino al 6 marzo 2020, il Regno del Golfo aveva accettato di ridurre la propria produzione di greggio con il fine di sostenere i prezzi, già diminuiti allora al 20%. La Russia si era, però, opposta alla proposta, indietreggiando, in tal modo, dall’accordo OPEC+, patto in cui Mosca rappresenta una dei principali produttori. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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