Migranti: in centinaia sfondano il confine tra Spagna e Marocco ed entrano a Melilla

Pubblicato il 13 luglio 2021 alle 13:05 in Immigrazione Marocco Spagna

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Le autorità di Melilla hanno riferito, lunedì 12 luglio, che 119 migranti sono riusciti ad entrare nella città autonoma scavalcando la recinzione che separa l’enclave spagnola nordafricana dal Marocco. Almeno 5 ufficiali della Guardia Civil e un migrante sono rimasti leggermente feriti nel tentativo di attraversamento, ha dichiarato un portavoce della delegazione del governo spagnolo a Melilla. Il funzionario, che ha parlato in condizione di anonimato, ha aggiunto che il resto delle persone che hanno provato ad entrare nell’enclave, un altro centinaio circa, è stato fermato dalle guardie sul lato marocchino del confine. I migranti, a detta della fonte, sono tutti uomini provenienti da Paesi dell’Africa subsahariana. Una volta a Melilla, il gruppo è stato immediatamente portato nel Centro di permanenza temporanea (CETI) e sistemato in una zona speciale per essere sottoposto al test anti-coronavirus. I migranti saranno poi messi in quarantena, ha specificato il funzionario. Le forze di sicurezza marocchine “hanno collaborato attivamente” durante i tentativi di attraversamento al confine per impedire ai migranti di entrare a Melilla, ha riferito la delegazione del governo spagnolo nel territorio. 

Poche settimane fa, il 15 giugno, circa 150 persone hanno provato ad entrare in territorio spagnolo. Secondo quanto dichiarato dalla polizia, il confronto tra migranti e forze di sicurezza è stato violento. I primi si sarebbero armati di bastoni e avrebbero lanciato pietre in direzione delle forze dell’ordine, che avrebbero reagito a loro volta, lasciando una ventina di feriti da ambo le parti.

I migranti cercano abitualmente di entrare a Melilla e Ceuta, territori spagnoli nel Nord Africa, unico valico terrestre tra l’Europa e il continente africano. Nuotano lungo la costa, scavalcano le recinzioni di confine o si nascondono nei veicoli, imbarcandosi in viaggi pericolosi e talvolta mortali. In genere, i tentativi di passaggio tra il Marocco e le enclavi spagnole, seppur quasi quotidiani, coinvolgono generalmente un minor numero di persone. “Spesso riguardano una trentina di migranti, raramente sono più di 100”, ha spiegato al quotidiano InfoMigrants un membro del CEAR, la Commissione spagnola per l’assistenza ai rifugiati. 

A maggio, tuttavia, la situazione è stata critica. Mentre Rabat e Madrid discutevano di faccende diplomatiche, il Marocco è stato accusato di aver favorito l’ingresso di più di 10.000 migranti nell’enclave spagnola di Ceuta, allentando volontariamente i livelli di sicurezza. Il governo marocchino ha negato le accuse ma ha incolpato la Spagna di aver “provocato” Rabat decidendo di ospitare a Madrid il leader dei separatisti saharawi del Fronte Polisario, Brahim Ghali, ricoverato per cure mediche dopo aver contratto il Covid-19. Ghali è attualmente oggetto di numerose denunce presentate alla giustizia spagnola da ex membri del Fronte per violazione dei diritti umani e crimini di terrorismo, stupro, sequestro di persone, torture, sparizioni forzate. 

Nonostante il leader del Polisario abbia lasciato la Spagna il 2 giugno, le relazioni diplomatiche tra Rabat e Madrid rimangono tese. Gli esperti sostengono che la crisi diplomatica di maggio, la più seria tra Spagna e Marocco degli ultimi due decenni, possa durare a lungo e lasciare un impatto sui rapporti bilaterali futuri. 

Al centro della controversia c’è il tema del Sahara Occidentale, territorio che il Fronte Polisario rivendica ma che il Marocco considera parte integrante del suo Stato. La disputa sul Sahara Occidentale ha avuto inizio nel 1975 quando, in seguito al ritiro del dominio spagnolo, il Marocco ha annesso una parte di tale area, situata sulla costa Nord-occidentale dell’Africa. In risposta, nel 1976, il Fronte Polisario, costituitosi come movimento il 10 maggio 1973, ha annunciato la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi (SADR), instaurando un governo in esilio in Algeria ed intraprendendo una guerriglia per l’indipendenza durata fino al 6 settembre 1991, anno in cui venne dichiarato un cessate il fuoco, promosso dalla Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO).

Ad oggi, il governo di Rabat rivendica la propria sovranità sul Sahara Occidentale, mentre il Fronte Polisario continua a battersi affinché venga indetto un referendum per l’autodeterminazione del proprio territorio, dove risiede circa mezzo milione di individui. Da un lato, il Fronte controlla una striscia desertica del Sahara Occidentale a Est delle mura di difesa del Marocco. Si stima che i militanti siano circa 10.000, concentrati non nel Sahara Occidentale, ma a Tindouf, città dove il Fronte organizza campi profughi per la popolazione sahrawi. Il Marocco, dall’altro lato, controlla circa l’80% del territorio, che comprende depositi di fosfato e zone per la pesca.

Nonostante l’adesione del Marocco al cessate il fuoco, i tentativi del fronte separatista di effettuare operazioni militari contro le postazioni dell’esercito marocchino hanno portato Rabat a rivendicare il diritto di autodifesa, al fine di garantire la integrità territoriale e sicurezza nazionale. Dopo circa 30 anni dalla proclamazione del cessate il fuoco, le tensioni si sono riaccese il 13 novembre 2020, quando le autorità marocchine hanno deciso di intervenire nella zona cuscinetto di Guerguerat, un piccolo villaggio nell’estremo Sud-Ovest del Sahara occidentale, per rispondere alle “pericolose e inaccettabili provocazioni” del Fronte Polisario. In realtà, già il 21 ottobre, stando a quanto riportato da fonti marocchine, gruppi armati fedeli al Fronte Polisario, pari a circa 70 combattenti, avevano chiuso il valico di frontiera tra Marocco e Mauritania e si erano infiltrati nell’area di Guerguerat, ostacolando la circolazione di persone e merci, oltre a limitare il lavoro degli osservatori militari della Missione dell’Onu.

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Chiara Gentili

di Redazione

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