Israele si impegna a vendere più acqua alla Giordania

Pubblicato il 10 luglio 2021 alle 7:11 in Giordania Israele

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Israele e Giordania hanno siglato un accordo con cui Tel Aviv si è impegnata a vendere ulteriori 50 milioni di metri cubi ad Amman. L’intesa, secondo alcuni, è indice di un riavvicinamento del Regno hashemita al nuovo governo israeliano.

Il patto è stato raggiunto l’8 luglio, nel corso di un incontro tra i ministri degli Esteri israeliano e giordano, rispettivamente Yair Lapid e Ayman Safadi, svoltosi ad Allenby Bridge, ponte che collega la Giordania alla Cisgiordania. Come riferito da Lapid sul proprio account Twitter, nel corso dei colloqui, le due parti si sono dette concordi a coordinarsi su questioni in materia di commercio e risorse idriche, e a promuovere la cooperazione su una serie di altri dossier. Parallelamente, oltre ai 50 milioni di metri cubi di acqua israeliana aggiuntivi, le esportazioni della Giordania in Cisgiordania subiranno un aumento pari a 700 milioni di dollari, rispetto ai 160 milioni consentiti attualmente.

Lapid ha definito la Giordania un vicino, oltre che un partner, rilevante per Israele e ha affermato che il Ministero degli Esteri israeliano continuerà a dialogare regolarmente con la controparte giordana, al fine di preservare e rafforzare le relazioni bilaterali. Da parte loro, gli Stati Uniti hanno accolto con favore l’intesa raggiunta dai due Paesi mediorientali, con la consapevolezza che questa migliorerà le capacità giordane di accesso alle risorse idriche, e aumenterà l’export verso la Cisgiordania. “È con questo tipo di passi tangibili che si rafforza prosperità per tutti e si promuove la stabilità regionale”, si legge nel comunicato del Dipartimento di Stato degli USA.  

Ai sensi di un accordo raggiunto nel 1994, Israele già fornisce acqua alla Giordania. Tuttavia, nel mese di marzo scorso, le gravi carenze, pari all’incirca a 500 milioni di metri cubi, hanno portato Amman a chiedere a Israele forniture aggiuntive. L’ex premier, Benjamin Netanyahu, aveva approvato la richiesta, ma destinando tre milioni in più, rispetto agli otto richiesti dal Regno hashemita. Ora, il primo ministro in carica, Naftali Bennet, ha già acconsentito ad aumentare la quota a 50 milioni, raggiungendo una cifra mai registrata dal 1994. Fonti israeliane hanno rivelato, prima dell’8 luglio, che Bennet ha acconsentito a un aumento soltanto per il 2021 e il 2022, e non per cinque anni come richiesto, affermando di rivalutare la decisione in base ai livelli del Mar di Galilea. Ad ogni modo, stando a quanto riferito da fonti giordane, saranno squadre tecniche a delineare i dettagli dell’accordo, mentre si terranno consultazioni tra funzionari israeliani, giordani e palestinesi per attuare le disposizioni relative alle esportazioni.

Gidon Bromberg, il direttore israeliano di EcoPeace Middle East, un gruppo ambientalista giordano, palestinese e israeliano, ha dichiarato che l’accordo dell’8 luglio rappresenta un “forte aumento” delle esportazioni di acqua da Israele. Secondo un accordo del 1994, Tel Aviv dovrebbe fornire alla Giordania circa 50 milioni di metri cubi di acqua all’anno, ma Bromberg ha affermato che Israele non ha mai esportato più di 10 milioni di metri cubi fino ad ora. Ad ogni modo, il Regno hashemita necessiterebbe di quantità ancora maggiori, considerato che si tratta di uno dei Paesi più aridi a livello globale, e si prevede affronterà ulteriori carenze di acqua in futuro, con il peggiorare dei cambiamenti climatici.

Sebbene il patto dell’8 luglio sia stato visto come un segnale del miglioramento tra la Giordania e il nuovo esecutivo israeliano, rispetto al precedente governo Netanyahu, Safadi ha messo in guardia il proprio interlocutore dalle recenti decisioni di sfratto a Gerusalemme Est, e, in particolare, nel quartiere di Sheikh Jarrah. Era stato il medesimo ministro a condannare gli “attacchi razzisti” israeliani all’origine delle tensioni verificatesi dal 10 al 21 maggio, chiedendo “un’azione internazionale”. L’8 luglio, Safadi ha ribadito la necessità di rispettare lo status quo storico e legale della moschea di Al-Aqsa e il diritto delle famiglie di Sheikh Jarrah a rimanere nelle proprie abitazioni, in quanto la loro espulsione costituirebbe un crimine di guerra, secondo il diritto internazionale. Inoltre, il ministro ha riferito a Lapid che l’unico modo per raggiungere una pace tra israeliani e palestinesi è una soluzione a due Stati.

La Giordania è storicamente connessa alla questione palestinese, e, prima dell’accordo Abraham del 15 settembre 2021, rappresentava l’unico Paese arabo in Medio Oriente ad avere firmato un trattato di pace con Israele, quello del 1994, che ha normalizzato le relazioni tra i due Paesi dopo due conflitti. Il primo risale al 1948 e portò allo stanziamento di Israele nelle aree occidentali della Palestina, mentre la Giordania prese il controllo delle zone orientali palestinesi. Il secondo conflitto è del 1967 e risultò nella sconfitta della Giordania, con il conseguente ritiro da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania, pur continuando a mantenere la sovranità in questi territori. Nonostante il trattato di pace di Wadi Araba del 1994, che ha posto le basi per la pace dopo decenni di guerra tra Giordania e Israele, il popolo giordano continua a considerare Israele un nemico e, a tal proposito, si è altresì opposto al cosiddetto piano di pace presentato dall’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump, il 28 gennaio 2020.

  

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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