Washington rimprovera Israele per la demolizione di un’abitazione in Cisgiordania

Pubblicato il 9 luglio 2021 alle 8:46 in Israele Palestina USA e Canada

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Le forze israeliane hanno demolito, l’8 luglio, un’abitazione appartenente alla famiglia di un palestinese-statunitense, accusato di aver perpetrato un attacco letale contro israeliani. Washington ha condannato la mossa di Israele.

L’operazione è avvenuta nella notte, quando le forze israeliane sono entrate nel villaggio di Turmus Ayya, in Cisgiordania, e hanno circondato l’abitazione di Muntasser Shalaby. Poi, attraverso un’esplosione controllata, le truppe hanno raso al suolo l’edificio di due piani. Shalaby è stato arrestato dopo essere stato accusato da Israele di aver perpetrato una sparatoria, il 2 maggio scorso, nei pressi di Nablus, che ha provocato la morte di uno studente israeliano, Yehuda Guetta, e il ferimento di altri due individui.

La moglie, Sanaa Shalaby, ha fatto appello alla Corte suprema israeliana per impedire la demolizione dell’abitazione dove vive con i suoi tre figli, con cittadinanza statunitense, ma l’ordinanza è stata confermata già a maggio scorso. La donna ha poi riferito di essersi allontanata dal marito ancor prima della sparatoria, dopo che Muntasser aveva sposato altre tre donne a Santa Fe, nel New Mexico, e di non essere a conoscenza dell’accaduto del 2 maggio. “Chiunque abbia commesso il crimine dovrebbe essere punito, ma non è colpa della famiglia”, ha poi affermato Sanaa. Ad ogni modo, per il Pubblico ministero israeliano, Muntasser risulta essere ancora il proprietario della casa, di recente ristrutturata.

Il caso ha messo in luce una pratica israeliana, la demolizione di abitazioni, condotta per punire presunti aggressori palestinesi e scongiurare futuri attacchi. I gruppi per la difesa dei diritti umani, invece, considerano tali operazioni una forma di punizione collettiva. Quanto accaduto l’8 luglio non è stato ben accolto da Washington, storica alleata di Israele. In particolare, l’ambasciata statunitense a Gerusalemme ha condannato l’operazione, definendola una “mossa unilaterale che potrebbe esacerbare le tensioni” e ha affermato che l’abitazione di un’intera famiglia non dovrebbe essere abbattuta per le azioni commesse da un solo individuo. Alla luce di ciò, israeliani e palestinesi sono stati esortati ad astenersi da passi che potrebbero acuire le tensioni e minare gli sforzi verso una soluzione a due Stati, tra cui la “demolizione punitiva” di abitazioni palestinesi.

Una fonte anonima dell’ufficio del primo ministro israeliano ha riferito che il premier, Naftali Bennett, apprezza e rispetta le dichiarazioni degli USA, ma ha sottolineato che Israele deve agire nell’interesse dei suoi cittadini. Critiche da parte degli Stati Uniti in merito alla politica israeliana nei confronti dei palestinesi sono state rare durante la presidenza di Donald Trump, che non si è opposto agli insediamenti israeliani in Cisgiordania, considerati da altri Paesi illegali. Il capo della Casa Bianca insediatosi il 20 gennaio scorso, Joe Biden, sembra, invece, voler ricucire le relazioni con la popolazione palestinese.

L’episodio dell’8 luglio giunge mentre la tregua a Gaza, concordata il 21 maggio scorso, sembra ancora reggere. Questa ha posto fine a tensioni scoppiate il 10 maggio, che hanno visto protagonisti Israele e gruppi palestinesi, Hamas in primis. L’origine delle tensioni può essere fatta risalire agli sfratti ordinati presso Sheikh Jarrah, un quartiere residenziale situato a meno di un chilometro dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme, che Israele ritiene appartenga alla comunità ebraica.

Sebbene la questione vada avanti dal 1956, risale al 2 maggio l’inizio delle tensioni, dopo che la Corte Suprema Israeliana ha ordinato a quattro famiglie, composte da 30 adulti e 10 bambini, di abbandonare le proprie abitazioni entro il 6 maggio, mentre ad altri nuclei familiari è stato concesso di rimanere fino al primo agosto prossimo. In totale sono 58 gli abitanti, di cui 17 minori, costretti ad evacuare, presumibilmente per dare maggiore spazio a un insediamento israeliano. A detta di un’organizzazione no profit, Ir-Amin, almeno 150 famiglie nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan hanno ricevuto avvisi di sfratto negli anni e si trovano in varie fasi di un lungo processo legale. Circa 1.000 palestinesi rischiano di essere sfollati.

È proprio a partire dalle proteste di Sheikh Jarrah, allargatesi presso altri luoghi di Gerusalemme, tra cui la moschea di al-Aqsa, che si è giunti alla violenta escalation del 10 maggio. Tuttavia, anche nelle settimane successive, non sono mancati episodi di tensione.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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