Il fatto più importante della settimana, Haiti

Pubblicato il 9 luglio 2021 alle 7:04 in America centrale e Caraibi

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Il presidente di Haiti, Jovenel Moise, 53 anni, è stato assassinato nella sua abitazione. La notizia è stata diffusa, nella mattinata di mercoledì 7 luglio, dal primo ministro ad interim del Paese, Claude Joseph. L’assalto, compiuto da un gruppo di individui non ancora identificati, è stato effettuato nella notte. La moglie di Moise, la first lady Martine, è ferita ed è attualmente ricoverata in un ospedale nel Sud della Florida, il Miami Baptist Hospital. Le sue condizioni sarebbero “stabili ma critiche”. 

Uomini armati, definiti dal premier “mercenari”, hanno attaccato la residenza privata di Moise e lo hanno ucciso a colpi di arma da fuoco. Un quotidiano haitiano locale, Le Nouvelliste, citando le dichiarazioni di un giudice di pace, ha riferito che il corpo del presidente sarebbe stato crivellato da 12 proiettili e che due dei suoi figli erano a casa durante l’attacco. L’ambasciatore di Haiti negli Stati Uniti, Bocchit Edmont, ha affermato che l’omicidio è stato compiuto “da professionisti ben addestrati, assassini, membri di un commando”. Edmond, parlando in conferenza stampa, ha specificato che gli aggressori erano “stranieri” che parlavano spagnolo e ha riferito che il governo di Haiti avrebbe formalmente chiesto assistenza agli Stati Uniti per le sue indagini. “Questi assassini devono essere assicurati alla giustizia”, ha detto, definendo l’attacco “un problema di sicurezza regionale”. Considerato che l’aeroporto del Paese è chiuso, l’ambasciatore ha ipotizzato che alcuni dei colpevoli abbiano attraversato, via terra, il confine con la Repubblica Dominicana o siano fuggiti via mare. Edmond ha specificato che l’aeroporto riaprirà “una volta che la situazione sarà sotto controllo”. Secondo le dichiarazioni dell’ambasciatore, gli aggressori si erano presentati davanti alla residenza presidenziale come agenti della U.S. Drug Enforcement Administration (D.E.A.), ma in realtà erano “killer professionisti” che avevano fornito una falsa identità. Edmond ha chiarito che le sue affermazioni sono basate sui filmati delle telecamere di sicurezza che hanno ripreso la scena dell’attacco.

Nella sua prima dichiarazione pubblica, subito dopo l’accaduto, il primo ministro Joseph aveva comunicato: “Intorno all’una di notte di mercoledì 7 luglio, un gruppo di persone non identificate, che parlavano in spagnolo e inglese, ha assassinato il presidente della Repubblica. Il presidente è morto per le ferite riportate”. Il premier ha invitato la popolazione alla calma, ha condannato l’assassinio, che ha definito “un atto di barbarie” e ha assicurato che “la situazione della sicurezza nel Paese è sotto controllo”. Il premier assumerà ora, provvisoriamente, la guida di Haiti.

Più tardi, nel corso della giornata di mercoledì, quattro persone, sospettate di essere coinvolte nell’assassinio di Moise, sono state uccise dalla polizia in uno scontro a fuoco, mentre altre due sono state arrestate. Lo ha dichiarato il capo della polizia, Léon Charles, specificando che tre agenti, precedentemente tenuti in ostaggio dagli aggressori, sono stati liberati. “La polizia è impegnata in una battaglia contro gli assalitori”, ha affermato Charles in conferenza stampa, suggerendo che le autorità sono ancora alla ricerca di alcuni sospettati. “Li inseguiamo in modo che, in uno scontro a fuoco, incontrino il loro destino, che muoiano o che vengano arrestati”. La polizia non ha nominato nessuno dei presunti colpevoli né citato alcuna prova che li colleghi all’assassinio.

Milioni di haitiani sono ora in attesa di capire cosa potrebbe significare l’assassinio del presidente per i giorni a venire. La morte di Moise ha creato un vuoto politico che rischia di aggravare il tumulto che attanaglia il Paese caraibico ormai da diversi mesi.

L’omicidio avviene circa due mesi prima delle elezioni presidenziali e legislative indette per il prossimo 26 settembre, elezioni alle quali Moise non avrebbe partecipato. Per la stessa data, il presidente aveva altresì indetto un referendum finalizzato ad approvare una nuova Costituzione, un progetto che non aveva tuttavia ricevuto il sostegno né dell’opposizione né della comunità internazionale.

Haiti sta attraversando una profonda crisi politica e sociale dalla metà del 2018. Il Paese ha vissuto il suo momento di più alta tensione il 9 febbraio di quest’anno, data in cui Moise ha denunciato che l’opposizione, con il sostegno dei giudici, stava tramando un colpo di Stato contro di lui. La reazione del presidente era stata la risposta a diverse settimane di violente manifestazioni in molte città del Paese, volte a chiedere le sue dimissioni sulla base del fatto che il suo mandato fosse legalmente terminato. “C’è stato un attentato alla mia vita”, aveva detto Moise in quell’occasione, in riferimento a un presunto complotto iniziato il 20 novembre. Il presidente non si era limitato a denunciare il golpe davanti alla stampa ma aveva altresì annunciato l’arresto di 23 persone che aveva accusato di aver cercato di assassinarlo. Tra queste, il giudice della Corte suprema, Yvickel Dabrézil, l’uomo sostenuto dall’opposizione per diventare presidente ad interim nel caso in cui Moise avesse lasciato il potere. Secondo le autorità, il giudice Dabrézil avrebbe avuto persino una copia del discorso di insediamento.

L’opposizione aveva poi denunciato la svolta autoritaria del presidente da quando quest’ultimo aveva sciolto il Parlamento, un anno fa, e cominciato a governare per decreto. Allo stesso tempo, anche la situazione della sicurezza nel Paese sembra essere sempre più critica. Violenze e rapimenti sono frequenti e rappresentano il principale timore per una popolazione soggetta a bande violente, con un numero record di armi illegali in circolazione. Ad Haiti, secondo gli osservatori internazionali, ci sono almeno 76 bande armate, non su basi ideologiche o politiche, ma create per compiere rapine, anche per pochi soldi, e composte da membri di gang considerate più potenti dello Stato stesso.

 

Il fatto più importante della settimana è una rubrica a cura della Redazione di Sicurezza Internazionale.

Tutti i venerdì. 

di Redazione