Libia: Haftar chiamato a rispondere alle accuse alla Corte negli USA

Pubblicato il 9 luglio 2021 alle 17:01 in Libia USA e Canada

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Secondo quanto stabilito dalla Corte federale della Virginia, negli Stati Uniti, il capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, dovrà rispondere alle accuse mosse contro di lui da cittadini libici entro il 20 luglio prossimo.

In caso contrario, come specificato dall’avvocato statunitense delle parti querelanti, Mark Zaid, Haftar sarà considerato “inadempiente”. In particolare, il generale dovrà chiarire il proprio ruolo in merito all’uccisione di cittadini libici, avvenuta mentre la Libia era testimone di violente tensioni sui fronti di combattimento, che vedevano affrontarsi le forze di Haftar e l’esercito del governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA).

Risale al 2 settembre 2020 l’appello di Zaid al procuratore generale degli USA, William Barr, e la richiesta al governo di avviare un procedimento penale contro Haftar per “le sue numerose violazioni del diritto interno statunitense e internazionale”. Sono tre le cause depositate presso la Corte distrettuale di Alexandria, in Virginia, perlopiù riconducibili a uccisioni e torture. Tra queste, il 5 gennaio 2017, la querelante Salimah Jibreel ha affermato di aver visto tre dei suoi figli, Aziza di 3 anni, Maryam di 8 anni e Mohammad di 11 anni, morire a causa di una granata lanciata contro la propria abitazione. Sua figlia Mayada, 10 anni, e suo marito sono rimasti feriti, ma sono sopravvissuti. Tre mesi dopo l’attacco, il marito, Alaa, è stato arrestato dall’LNA, e da allora è stato trattenuto senza poter comunicare con la sua famiglia.

Il secondo querelante, Ali Abdalla Hamza, ha dichiarato di aver visto la sua famiglia a Ganfouda, in Libia, soffrire per mesi di fame, mancanza di acqua o medicine e ripetuti attacchi da parte delle forze dell’LNA. Lui si trovava fuori dalla Libia, ma racconta di essere rimasto in contatto con i familiari, che mangiavano erba e corteccia degli alberi e si muovevano tra edifici abbandonati per evitare i bombardamenti. Nel febbraio 2017, Hamza dice di aver fatto un viaggio disperato, passando dalla Turchia, per cercare di portare acqua e cibo alle persone intrappolate a Ganfouda. Gli aiuti non sono mai arrivati e, in poche settimane, sua madre, due fratelli e due sorelle erano stati uccisi dagli attacchi dell’LNA. Come evidenziato nella denuncia civile che i querelanti hanno presentato il 3 settembre 2020, in qualità di leader dell’LNA, Haftar è personalmente responsabile per le sue azioni, tra cui sono citate detenzioni arbitrarie, uccisioni extragiudiziali, torture, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, trattamenti disumani, crudeli e degradanti.

Haftar ha vissuto nel Nord della Virginia, uno Stato nel Sud-Est degli Stati Uniti, per circa vent’anni, dove si è recato in esilio, negli anni ’80, dopo aver disertato l’esercito legato al dittatore Muammar Gheddafi. Durante il periodo di esilio, si pensa che il generale libico abbia collaborato con la CIA, ma, una volta caduto il regime di Gheddafi, nel 2011, Haftar ha fatto ritorno nel Paese Nord-africano, assumendo il controllo delle aree orientali libiche. L’uomo forte di Tobruk e i propri familiari avrebbero acquistato, tra il 2014 ed il 2017, 17 proprietà per un valore complessivo pari a 8 milioni di dollari. Tra queste, il generale possiede un condominio a Falls Church, una tenuta di 34 ettari a Keysville e una casa unifamiliare a Vienna.

Sono proprio tali proprietà che potrebbero essere confiscate, alla luce dei milioni di dollari reclamati dall’accusa. Contrariamente a quanto richiesto da Haftar, il primo luglio scorso, il giudice distrettuale statunitense, Leonie Brinkema, ha stabilito che Haftar non può chiedere l’immunità in qualità di capo di Stato. In precedenza, lo stesso generale aveva richiesto la chiusura dei casi in cui è coinvolto, in quanto si tratta di una “questione politica” che richiede il rispetto dell’autorità esecutiva. Ad ogni modo, non sarà la decisione del giudice Brinkema a determinare l’esito finale dei casi. I querelanti dovranno comunque dimostrare le loro accuse al processo e dare prova che le vittime non erano combattenti armati. “Se le presunte vittime fossero state effettivamente coinvolte in ostilità armate, questo cambia la natura della bestia”, ha dichiarato Brinkema.

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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