Libano: Parigi propone l’invio di forze internazionali

Pubblicato il 9 luglio 2021 alle 12:20 in Francia Libano

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La commissione difesa e delle forze armate del Parlamento francese ha proposto la formazione di una task force internazionale a sostegno del Libano, sotto l’egida delle Nazioni Unite e della Banca mondiale. Tale considerazione è giunta mentre le ambasciatrici francese e statunitense, Anne Grillo e Dorothy Shea, hanno affermato di aver tenuto “importanti consultazioni trilaterali” a Riad.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arab, la proposta francese è stata avanzata nel sesto paragrafo di un rapporto pubblicato l’8 luglio, in cui si afferma che il compito della task force sarà rafforzare le operazioni in ambito umanitario e di sviluppo, volgendo l’attenzione ad aspetti quali sanità, istruzione, elettricità e risorse idriche ed alimentari. Al contempo, la Francia e i suoi partner, sia occidentali sia “arabi”, sono stati esortati a sostenere le forze armate libanesi e le forze di sicurezza interna, affinché prevengano il collasso e continuino ad affrontare minacce quali il terrorismo e il contrabbando di droga. Infine, i deputati francesi hanno espresso la speranza che Parigi, accanto alle Nazioni Unite e ad altri Paesi alleati, possa garantire lo svolgimento delle elezioni legislative, comunali e presidenziali nel 2022, così da consentire alla popolazione libanese di esprimersi liberamente e porre le basi per un nuovo Libano.

Il rapporto si inserisce nel quadro del ruolo della Francia nel sostenere Beirut a far fronte a una grave crisi economica, oltre che sociale e politica. È stata proprio Parigi a organizzare, il 17 giugno una conferenza internazionale per raccogliere decine di milioni di dollari a sostegno dell’esercito del Libano. Ai Paesi partecipanti, tra cui gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, le potenze europee e alcuni Stati arabi del Golfo, esclusa l’Arabia Saudita, è stato chiesto di fornire cibo, forniture mediche, pezzi di ricambio per attrezzature militari e persino carburante, ma non di pagare direttamente gli stipendi dei militari. In generale, già all’indomani dell’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha devastato il porto di Beirut, Parigi si è posta in prima linea, esercitando pressione sulle forze politiche libanesi affinché trovino un accordo su un nuovo governo, in grado di attuare le riforme economiche di cui necessita il Paese. Ad oggi, però, non è stata ancora trovata un’intesa, e il quadro finanziario e sociale del Libano continua a peggiorare.

L’8 luglio, poi, l’ambasciatrice francese in Libano, Anne Grillo, e quella degli USA, Dorothy Shea, hanno discusso della crisi libanese nel corso di colloqui a Riad. Non è chiaro chi siano stati i loro interlocutori sauditi, ma le due ambasciatrici hanno riferito, sui propri account Twitter, di aver discusso delle “modalità per sostenere il popolo libanese e stabilizzare l’economia”. Da parte sua, il Ministero saudita degli Affari esteri ha parlato di una riunione tra le due diplomatiche e il rappresentante della diplomazia per gli affari politici ed economici saudita, Eid ben Mohammad al-Thaqafi.

Le discussioni dell’8 luglio hanno fatto seguito al meeting tra i ministri degli Affari esteri dei tre Paesi, svoltosi in Italia, a Matera, il 29 giugno, a margine del G20. Anche in tale occasione era stata messa in luce la necessità di coordinarsi per aiutare il Libano ad affrontare le condizioni difficili in cui versa. Parallelamente, le autorità libanesi erano state invitate ad “agire”, attraverso riforme urgenti, mettendo al primo posto l’interesse della nazione e non personale.

Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita svolgono un ruolo chiave in Libano. I tre Paesi hanno contribuito alla stesura dell’accordo di Taef del 1989, che ha posto fine alla guerra civile del 1975-1990. È stato allora che è stata stabilita una condivisione del potere tra le comunità libanesi, con l’obiettivo di scongiurare ulteriori tensioni. Un altro attore chiave è l’Iran, nemico storico di Riad, ma sostenitore del partito sciita Hezbollah, anch’egli tra i protagonisti della politica libanese. Alla luce di ciò, il Regno del Golfo sembra essere restio a impegnarsi in Libano, mentre Washington e Parigi cercano di coinvolgerlo nelle proprie iniziative.

Nel frattempo, la popolazione libanese lamenta condizioni di vita sempre più precarie e una perdurante svalutazione della lira libanese, dopo che è stato toccato un minimo record, raggiungendo un tasso di cambio pari a circa 18.000 lire rispetto al dollaro USA nel mercato nero, sebbene quello ufficiale continui a rimanere invariato, ovvero 1.507 lire per dollaro. In generale, la valuta libanese ha perso circa il 90% del proprio valore dall’inizio della crisi economica e finanziaria. Oltre ad essere la più grave registrata nel Paese mediorientale dalla guerra civile del 1975-1990, per la Banca Mondiale potrebbe trattarsi di una delle peggiori tre crisi registrate a livello internazionale negli ultimi 150 anni. Ad alimentare il malcontento vi è poi la scarsità di prodotti essenziali, primi fra tutti benzina e medicinali.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, il tasso di povertà in Libano è salito nel 2020 al 55%, dopo essere aumentato del 28% nel 2019. La percentuale di libanesi che vivono in condizioni di povertà estrema, invece, è passata dall’8 al 23%. Secondo sondaggi condotti alla fine del 2020 dal World Food Program, il 41% della popolazione accede con difficoltà a risorse alimentari e di prima necessità. Anche in ambito sanitario, il 36% dei libanesi non riesce a usufruire facilmente dell’assistenza sanitaria necessaria, una percentuale in crescita, se si considera che tra luglio e agosto questa era pari al 25%. Non da ultimo, il tasso di disoccupazione è aumentato dal 28% di febbraio 2020 a quasi il 40% riportato a novembre-dicembre dello stesso anno.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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